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Le Crociate

Kingdom of Heaven - 2h 25'

Regia: Ridley Scott



Il cinema di Ridley Scott ha definitivamente ossequiato gli obiettivi spettacolari delle colossali produzioni hollywoodiane. Messe in scena di proporzioni straordinarie che scovano leggende e storie per parlare alle nuove platee mondiali secondo il gusto e l’estetica degli antichi poemi cavallereschi rimodellati dal canone audiovisivo corrente. Il che coincide anche con la massima (falsa) "chiarezza" espositiva delle immagini, senza l’ombra del dubbio, vale a dire la negazione assoluta del cinema (vero). Perché, se l’arte cinematografica ha giocato nel tempo (dalle origini ad oggi) a svelare e nascondere il mondo rappresentabile, Ridley Scott ha sempre cercato di costruire un altro mondo fantastico, (in)visibile. Cosicché le sue opere solo in apparenza aliene dalla fantascienza si divertono a costruire una dimensione immaginaria. Anche nell’ultimo Il Genio della Truffa, il protagonista Nicolas Cage utilizzava l’illusione come fonte utopica. Il cinema di Scott tenta di rappresentare, metaforicamente, l’inizio di un viaggio impossibile, il percorso che può condurre a una gloria "ultraterrena". Ma il tentativo di sfrondare i territori immaginari sembra ormai determinarsi attraverso la mera tecnica cinematografica. Dove la fotografia, scelta una modalità cromatica, si adegua alla creazione di uno stile, o meglio una griffe; il che ci riporterebbe alle critiche iniziali che si facevano a Scott: trasferire le caratteristiche visive delle clip pubblicitarie sullo schermo cinematografico. Scott aveva ragione. Perché l’estetica pubblicitaria camuffata è diventata il principio ridondante di ogni messa in scena che si "rispetti commercialmente". Con inquadrature maestose, movimenti della macchina da presa stratosferici senza alcuna motivazione, scene di masse sempre più naturali e poi il montaggio articolato su pulsanti dissolvenze incrociate con accelerazioni digitali, strumentali alle narrazioni di battaglie, ma soprattutto pertinenti alla situazione percettiva mutata dello spettatore medio che deve aspettarsi dal grande schermo un certo tipo di stimolazioni sensoriali.

L’occhio della macchina da presa è stato così tutto risucchiato dalla necessità di un modo, anzi di una moda (visiva) che trasversalmente occupa tutte le storie cinematografiche dei nostri tempi, senza dissonanze. Anzi in continua assonanza (con se stesso), il cinema ha finito per riciclare televisione, fumetti, letteratura varia, internet, ecc. Il cinema contemporaneo, invece di puntare alle aporie della visione, ripete modelli presenti (e confortanti) nell’immaginario globale. Del quale Scott è il perfetto rappresentante e poco importa che abbia firmato in tempi ormai remoti opere molto più moderne ed eccitanti rispetto a Le Crociate. Film che si beve tutto d’un fiato, o meglio che si mangia (con gli occhi, ma anche la pancia) con impulsività onnivora, dalla quale emergono solo tracce di nausea, di resistenza, per non dire di terminale, residuale, rifiuto.

© 2005 reVision, Andrea Caramanna