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Romanzo Criminale2h 30'
Regia: Michele Placido Che cos'è Romanzo Criminale? Un racconto storico sulla Banda della Magliana (il cui nome, se non sbagliamo, non viene mai
pronunciato)? O un saggio di fanta-politica "liberamente ispirato"? Dove inizia la cronaca e dove l'invenzione? Non sono questioni da nulla, se si considera che per lo
spettatore medio la vecchia inchiesta televisiva ha da tempo ceduto il posto all'ambiguo ipnotismo affabulatorio di Carlo Lucarelli e delle sue sagome. Condizionato anche
dal racconto di Giancarlo De Cataldo dal quale è tratto, Romanzo Criminale si muove in una palude di "semi-verità", dove i personaggi sono contemporaneamente
figure storiche ed emblemi astratti.Da tale incerta angolazione, Michele Placido trae un film doppio, nel quale sussiste la palese e irrisolta contraddizione tra due generi italiani ormai classici, o meglio tra due modi di intendere il cinema: da una parte l'affresco socio-politico di sinistra, canone Rosi-Petri-Ferrara, con le collusioni tra malavita e poteri occulti, coniugata a più o meno nitide dietrologie di complotti e deviazioni; dall'altra, il poliziesco anni '70 (di destra?) del canone Lenzi-Castellari-Di Leo, con le sparatorie tra i vicoli, l'epica metropolitana, i patti di sangue. In tale duplice modello si intersecano numerosi influssi secondari: l'inizio-finale sulla spiaggia di Ostia (Pasolini), la corsa lungo la riva (I Quattrocento Colpi), la morte del ragazzino più giovane della banda (C'Era una Volta in America), la divisione in capitoli con i nomi dei protagonisti (Rocco e i Suoi Fratelli)... Romanzo Criminale vorrebbe essere tutte queste cose, ambire ad una struttura di film storico "totale" che va da Aldo Moro alla strage di Bologna, e ciò non è un reato; il problema, appunto, è in una regia che stenta a padroneggiare (e men che mai a fondere) tali molteplici registri e suggestioni. Montaggio breve e ansioso, cinepresa incollata al muso dei protagonisti, scenografie immerse in un'oscurità indistinta, personaggio parlante che resta quasi sempre fuori campo: certo, sono scelte apprezzabili. Ma in parecchi momenti (soprattutto la prima parte), ciò che vorrebbe apparire concitato dà piuttosto un'idea di involontaria confusione, la mancanza di un progetto visivo rigoroso. Eppure, un paio di momenti riscattano ogni difetto. Quando, dopo un'ora di sangue e lacrime, il fiatone si placa in un'improvvisa apertura di sguardo: la lenta camminata sulla
spiaggia del Freddo e del Libanese che discutono assorti sul destino di essere "imperatori", novelli Max e Noodles divisi tra amore fraterno e fame di potere. O nell'eliminazione
di uno dei compari da parte del Freddo, che non si preoccupa di inseguire il traditore (che è malato di cuore e non può fuggire), ma passeggia poco dietro di lui, come chi
sta espletando una pratica secondaria e resta immerso nei propri pensieri. La bella "novità" è però un'altra: quando una trama valida sa creare alle loro spalle un mondo
sincero e "abitabile", il nostro cinema ha ancora stupende facce e straordinari corpi; e non si parla di qualità estetica, quanto di credibilità fisiognomica: vedi il grugno
borgataro di Piefrancesco Favino (ormai uno dei più validi attori italiani), l'apatia disperata di Kim Rossi Stuart, il cupo cinismo di Riccardo Scamarcio (il Nero), l'arroganza
raffinata di Claudio Santamaria (il Dandi); ad essi si aggiungono azzeccate figure di contorno quali il sempre infido Antonello Fassari, il sempre truce Toni Bertorelli,
l'irriconoscibile e odioso Gianmarco Tognazzi. Una peggio gioventù che funge da necessario contraltare al buonismo televisivo di Giordana.Dare consigli al cinema italiano di oggi è parlare al vento; ma l'ideale, ora, sarebbe proseguire su questa strada, ottimizzando i discreti spunti che Romanzo Criminale ha abbozzato, senza però cedere alle edulcorazioni da sceneggiato. Perché un genere non si ricostruisce con un solo film. © 2005 reVision, Dante Albanesi |
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