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Criminali Da Strapazzo

Small Time Crooks - 1h 34'

Regia: Woody Allen



Tra slapstick e scioglilingua effervescente, Woody Allen, attraverso ritratti di candidi sempliciotti, quasi dei Forrest Gump zemeckiani, scolorisce, ridicolizza il sogno americano che diventa evento beffardo del Caso (l’inchiesta semiseria in tv da parte di illustri esponenti dell’economia e sobri concorrenti è forse la parte più spassosa): la fortuna economica, la pioggia di dollari non hanno alcuna logica e ancor meno i trionfali slogan tipo "è il prodotto che conta". L’istantaneo arricchimento è allora rivelatore: i soldi appartengono sempre agli stessi avvoltoi, delinquenti veri come gli invisibili contabili e poi gli splendidi travestiti della upper class. Mascherati dalla cultura, dall’arte e dal buon gusto, ma in fondo al cuore avidi e tronfi, ipocriti e opportunisti. Con un cinema poverissimo, consunto ormai dalla estenuante variazione dei temi all’interno dello stesso universo immaginario, Allen si affida semplicemente agli attori mentre le scenografie rilevano in ogni modo l’appartenenza sociale dei personaggi come il kitsch esagerato/esasperato dell’abitazione dei protagonisti.

Suggerisce Giorgio Cremonini ("Playtime. Viaggio non organizzato nel cinema comico", Lindau editore) a proposito della filmografia alleniana: "...si riconosce sempre una doppia idea di cinema: cinema come immaginario da rivisitare o da citare e cinema come strumento di cui servirsi, come linguaggio". Come si può facilmente inferire anche Criminali Da Strapazzo elabora il medesimo percorso. Potremmo affermare che tutta la prima parte, la rapina organizzata da una banda di balordi, è la rivisitazione-citazione di un genere cinematografico, si è detto ad esempio I Soliti Ignoti, ed insieme un altro pezzo della sua filmografia e dunque la continuazione innanzi tutto di Prendi I Soldi E Scappa. La seconda parte, invece, è riconducibile alle tematiche di Celebrity e Crimini e Misfatti.

Dice ancora Cremonini, paragonando naturalmente con la dovuta cautela Allen a Rohmer: "... nel suo cinema non è facile ricordare una frase o un’immagine e attribuirla immediatamente a quel film e non a un altro... anzi si potrebbe dire che in realtà traspare l’intenzione di fare un unico e continuo megafilm, un serial, un sequel, a volte il remake di opere precedenti. Non è questione di ripetizione, allora, ma di continuità". Nella galleria di personaggi, tutti presi a risolvere con tragicità burlesca i loro problemi esistenziali, è davvero difficile intravedere dei punti di riferimento chiari che ineriscano alla dimensione cinematografica del mondo rappresentato da Allen. Si tratta, infatti, nonostante le osservazioni ottimiste di Cremonini, di un cinema sempre più ripiegato su se stesso, dove è arduo individuare nuove coordinate espressive. Rimane la maschera di Woody Allen che il tempo ha badato a corrugare ed incidere di segni ripercorrendo incessantemente (Allen è anche noto per fare almeno un film l’anno) le ossessioni intime. Allen è comunque divertente, ma si fa sempre più fatica a credere ai suoi personaggi, i suoi burattini, egli stesso quale corpo d’attore in grado di incarnare qualsiasi personaggio, emanazioni dirette del suo immobile universo psicologico.

© 2000 reVision, Andrea Caramanna