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Cous Cous

La Graine et le Mulet - 2h 33'

Regia: Abdellatif Kechiche



Immaginate le ardite geometrie psicologiche di certi memorabili testi del grande commediografo Marivaux ambientati nei flagranti contesti marginali del nostrano Neorealismo: avrete così la misura del cinema folgorante ed ispirato di Abdellatif Kechiche, conosciuto dagli estimatori dello stile forte fin dai tempi del suo esordio, nel 2000, con Tutta Colpa di Voltaire. Ed è proprio una formidabile commedia di Marivaux, "Il gioco del caso e dell’amore", che funge da pretesto, in occasione della sua messa in scena da parte di una compagnia, in La Schivata, acuto apologo cinematografico sullo scontro tra culture, ambientato nella banlieue araba di Parigi, riuscito precedente a questo nuovo, riuscitissimo Cous Cous, vincitore morale dell’ultimo Festival di Venezia (mentre il Leone d’oro, com’è noto, è andato al pur notevole e da noi apprezzato, Lussuria di Ang Lee), e al quale la giuria ha assegnato il suo "Premio speciale", mentre la giovane protagonista Hafsia Herzi si è guadagnata il "Marcello Mastroianni" come migliore attrice emergente. Riconoscimenti a parte, non crediate di trovarvi di fronte ad una di quelle ruffianate d’essai, dai titoli culinari (quello di Cous Cous è una furbata tutta italiana, l’originale suona La Graine et le Mulet, ovvero la semola e il cefalo, metafora sulla forza e la debolezza evocata dagli ingredienti di base che costituiscono il celeberrimo piatto tunisino). Quello che a Kechiche interessa è rappresentare, con l’implacabilità di un narratore d’altri tempi, le traiettorie convulse ed inesorabili delle manifestazioni umane, il crogiuolo d’illusioni e delusioni imprevedibilmente orientate sulla rotta della parabola esistenziale e questo dentro il corpo di una società frantumata, quella contemporanea, che elabora senza sosta i suoi contraddittori processi d’integrazione tra classi, razze e culture svariate.
Nei suoi film, egli lavora a far affiorare la verità speciale dei volti e dei corpi di attori (spesse volte non professionisti) insieme a quelle di ambienti periferici sottoposti ad un degrado inarrestabile: un realismo intessuto di sottilissimo vigore poetico, colto fenomenologicamente attraverso l’uso della macchina da presa a mano, cogliendo i dettagli più autentici di gesti ed espressioni dei suoi personaggi, caratteri che sembrano quelli appartenuti alla magnifica retorica della italica tragicommedia con gli Aldo Fabrizi e i Peppino De Filippo capaci d’incarnare, grazie alle loro maschere, gli smarrimenti degli uomini comuni. C’è tutto questo, assieme alla vena malinconica e fatalista di Marivaux, in Cous Cous. C’è la cittadina di Sète, piccolo teatro (alla Renoir) di avvenimenti emblematicamente minimali, situata nei pressi della Marsiglia rappresentata dal cinema di Robert Guédiguian, dominata dalla presenza del suo porto e dove si svolge la vicenda che ruota attorno ad una famiglia allargata di arabi–francesi (come arabo–francese è il regista, intenzionato in un primo tempo ad affidare la parte del protagonista al suo stesso padre, morto prima dell’inizio delle riprese). Slimane (interpretato dallo scavato, intensissimo Habib Boufares, nella vita operaio e qui al suo debutto cinematografico), sessantunenne lavoratore portuale a cui viene prima minacciata e poi avviata la pensione, a causa dell’incipiente svogliatezza dimostrata in cantiere, alimentando così la crisi profonda che già lo attanaglia. Nonostante sia divorziato, l’uomo continua a mantenere i rapporti con l’ex moglie e il resto della sua famiglia, mercé irruzioni non sempre gradite (viene spesso rimproverato ingiustamente) nelle quali s’industria a fornire del buon pesce per la tavola, trovandosi in mezzo all’animazione frenetica provocata dai due nipotini (una di loro, deliziosamente riccioluta, restia a fare la pipì nel relativo suo vasino), pargoletti della figlia sposata. Ma non è questa l’unica famiglia di Slimane: l’alberghetto sul mare gestito dalla sua nuova compagna ospita, assieme a lui, la figlia ventenne della donna, Rym (a cui offre la propria dirompente naturalezza l’affascinante Hafsia Herzi), talmente affezionata al patrigno da aiutarlo quando questi, per tirarsi fuori dalla depressione senile, decide di rilevare un vecchio cargo per trasformarlo in una trattoria sull’acqua specializzata nella preparazione di un impagabile cuscus di pesce. L’occasione stempera i residui dissapori (miracoli della gestione familiare), consentendo all’uomo di riavvicinare l’ex consorte (che non gli ha mai perdonato il tradimento): sarà proprio lei la mirabile artefice della pietanza del titolo.

Ma il film racconta soprattutto i conflitti e le difficoltà relazionali che conducono la non facile impresa: così le donne appaiono energiche e capaci di sopportare difficoltà e dolori, mentre gli uomini rivelano meschinità da traditori e affanni da pusillanimi. E’ la società dei piccoli borghesi arricchiti, sedotti dall’avidità per la "roba" di verghiana memoria, quella che Kechiche prende di mira con acida ironia. A Slimane, per inaugurare il locale, non resta che invitare i rappresentanti di quella autorità con la quale dovrà fare i conti per le burocratiche autorizzazioni di rito. Invidia, ipocrisia, razzismo trasudano dagli atteggiamenti, spesso volgari, dei partecipanti all’occasione conviviale: è una cena molto alla Cechov dove affiorano contrasti culturali e caratteriali, descritti con acutezza sociologica assai puntuta. Ma c’è anche spazio per qualche gesto di solidarietà: gli amici del protagonista, che formano una specie di coro greco (memoria della lezione di Woody Allen?) coi loro battibecchi e pettegolezzi al tavolo di un bar, finiscono con l’aiutarlo organizzando un concerto gratuito (alcuni di loro sono musicisti) per la fatidica serata. Un’altra scena emotivamente tesa, servita da dialoghi scritti con sopraffina misura, è quella del confronto tra Rym e la madre, quando la prima tenta di convincere la seconda a partecipare all’evento, in albergo, durante le ore che precedono la cena. Un girotondo umano (di cui la sceneggiatura scandisce i tempi con teatrale esattezza, organizzando i toni ora drammatici ora caustici) consumato attorno al perno esistenziale di Slimane, uomo afflitto da un’asciutta solitudine che cerca strenuamente di combattere. E’ la fuga del suo figlio maggiore, che ha costretto la moglie a sopportare troppi tradimenti (lo apprendiamo nel corso di uno sfogo liberatorio della donna durante la serata), a costringere il protagonista ad un inseguimento destinato a trasformarsi in tragedia. Sono venti minuti memorabili, che recuperano il sapore della lezione del De Sica di Ladri di Biciclette, raccontando il furto subito da Slimane del motorino (da parte di tre giovani delinquenti) e la conseguente sua corsa affannosa alla ricerca del figlio fuggito con un automobile nel cui bagagliaio giace il cuscus agognato. Così mentre la bellissima Rym prende in mano la situazione distraendo gli ospiti annoiati con una vertiginosa danza del ventre, si consuma la parabola del suo uomo stroncato da un infarto in un estatico cortocircuito di amore e morte innescato a distanza. Per una beffa del caso, l’unico che riuscirà a gustare il prelibato cuscus è un barbone del porto, buñueliana allusione ad una visione del mondo libertaria ed anarchica, naturalmente antagonista rispetto a quella incarnata dagli invitati nel locale, nel frattempo in attesa del loro "angelo sterminatore".
I sogni possono dunque avere un compimento glorioso anche quando non si realizzano. Un film come Cous Cous trasmette, nel finale, il segno forte di una suspense metafisica (utilizzando l’espressività dei suoi straordinari interpreti assieme alla perizia del regista) indicando l’attesa trepidante del cibo che dovrebbe miracolosamente arrivare, se il diavolo non ci mettesse la coda, prima di una "fine" che annuncia nuovi, imprevedibili inizi.

© 2008 reVision, Francesco Puma