Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



In My Country

Country Of My Skull - 1h 44'

Regia: John Boorman



E' eticamente lecito sfruttare una tragedia collettiva come sfondo per raccontare una scappatella amorosa? In My Country insegna la Storia o insegna come il cinema può tradirla? Fino a quando il Gusto Medio globalizzato del nuovo millennio reputerà film di questo genere come "importanti", "coraggiosi", "da proiettare nelle scuole", mentre Kill Bill sarà ritenuto roba commerciale? E' lo stesso John Boorman di Un Tranquillo Weekend di Paura o un suo omonimo? E' la stessa Juliette Binoche di Leòs Carax e Film Blu? O è la sua controfigura, quella che studia da diva impegnata (scuola Meryl Streep) e si è persa da tempo tra cioccolate, ussari sul tetto e pazienti inglesi?
Eppure, a volte la Storia può essere così bella da sembrare inventata, già servita come sceneggiatura. Sudafrica, 1995. Per volere di Nelson Mandela e dell’arcivescovo Desmond Tutu, vengono istituite le "Commissioni per la verità e la riconciliazione", con il compito di denunciare i crimini commessi dal regime durante l’apartheid. Organizzando centinaia di pubbliche udienze in tutto il territorio del paese, 21.800 vittime vengono poste faccia a faccia con 1.163 carnefici: un immenso (e opinabile?) rito catartico dove magistratura e religione divenivano incredibilmente una cosa sola, nel nome di un desiderio di pacificazione collettiva basato sul perdono e sulla piena conoscenza del male. La parola d’ordine era "Ubuntu": l’idea che ogni peccato e ogni bontà siano parte di un atto collettivo, compiuto da chiunque verso chiunque.

Panorami larghi e ariosi, con contrappunto di musiche esotiche. Primi piani affranti, sempre sul punto di piangere o sospesi in dolente meditazione. Folklore locale e traumi familiari. Fuggevole deriva sensuale a due terzi della trama per arginare la noia incipiente. Chiusura in crescendo, nel segno di un buonismo universale. Il "cinema di papà" del duemila è questo, già pronto per la prima serata di Raiuno con annesso dibattito di Bruno Vespa. Boorman perde una strepitosa occasione per girare il Vincitori e Vinti del nostro tempo e rientrare alla grande tra gli autori di prima categoria. Lascia perplessi che un simile intellettuale mostri queste pittoresche commissioni senza azzardare il benché minimo distacco critico o ironia; e così, due ore di pellicola si esauriscono lasciando fuori campo l’unico quesito fondamentale: davvero l’amnistia collettiva è la strada migliore per raggiungere la pace? Ma certo, visti i tempi, può far comodo a molti un film che propone condoni tombali per i crimini contro l’umanità.

Purtroppo c’è ancora qualche sovversivo che la pensa diversamente. Vedi l’articolo "Justice drawns in political quagmire" di David Goodman, apparso su "Mail & Guardian" (Sudafrica) il 6 febbraio 1997: "Mentre la Commissione per la verità e la riconciliazione è al lavoro per concedere l’amnistia ai killer del periodo dell’apartheid, in Africa c’è un paese in cui i giudici hanno adottato un approccio decisamente diverso nel regolare i conti con il passato di sangue. I rappresentanti del governo ruandese, che si sono recati in visita in Sudafrica, dicono che sì, la riconciliazione è una bella cosa, ma loro preferiscono di gran lunga la giustizia. Grazie del nobile esempio; ma la riconciliazione può attendere. (...) I testimoni che nelle udienze della Commissione non rispettano il copione, rifiutandosi di perdonare i torturatori di un tempo e domandando la loro incriminazione, sono spesso accolti con un imbarazzante silenzio. L’impressione è che, rifiutandosi di perdonare, la vittima faccia qualcosa di ‘sbagliato’. E' in questo campo minato della morale che i ruandesi si sono avventurati durante la loro visita sudafricana. Non sospettavano che il loro approccio ragionevole, secondo cui i criminali vanno in galera, come in qualsiasi altra parte dei mondo, potesse essere così controverso."

© 2004 reVision, Dante Albanesi