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Conta Su Di Me

You Can Count On Me - 1h 49'

Regia: Kenneth Lonergan



Il valore della fiducia nell'altro, che nel titolo originale è descritto come una possibilità (you can count on me), il potere contare su qualcuno, su se stessi. Nel film di Kenneth Lonergan questa fiducia è indispensabile, anzi denota chiaramente un vago procedere, che è circoscritto da qualche sicurezza. Così contare su Dio, credere nella religione cattolica significa avere risolto il problema del senso della propria esistenza. Chiede, infatti, il prete -interpretato dal regista - a Terry: "credi che la tua vita abbia un valore in questo momento, che rientri in un disegno universale?". Placidamente, Terry, intimidito, cerca di rispondere, ma sarebbe ipocrita se non rivelasse la sua perplessità di fronte alla dottrina cristiana.
Il film esplora i territori delle decisioni umane, i ruoli che sono codificati e interpretati da ciascun essere umano. "Il travestimento - afferma Gianni Vattimo in "Il soggetto e la maschera" - è qualcosa che non ci appartiene naturalmente, ma che si assume deliberatamente in vista di qualche scopo, spinti da qualche bisogno. Nell'uomo moderno, il travestimento viene assunto per combattere uno stato di paura e debolezza. La malattia storica, cioè la consapevolezza esasperata del carattere divenuto e diveniente di tutte le cose, ha reso l'uomo incapace, da vero discepolo di Eraclito, di creare davvero storia, di produrre eventi nuovi nel mondo. Questa incapacità è paura di assumersi delle responsabilità storiche in prima persona, insicurezza delle proprie decisioni". In effetti, la teoria dei ruoli sociali è qualcosa di molto serio anche in campo sociologico e le caratteristiche del mascheramento sono il prodotto di una scena e non una causa relativamente autonoma come suggeriva bene Ervin Goffman ("La vita quotidiana come rappresentazione"). Il punto, tuttavia, è valutare quanto le facciate e gli atteggiamenti che assumiamo ci appartengano intimamente perché i ruoli subiscono mutamenti come se fosse necessario continuamente ridefinirli.

Sammy (Laura Linney) e Terry (Mark Ruffalo) rappresentano due tipi di crisi. Da una parte la donna ribelle e anticonformista che abbraccia, forse per domare i propri impulsi, la fede cattolica, i suoi rassicuranti comandamenti che promettono il paradiso e le regole della vita sociale di una piccola cittadina di provincia. Terry, invece, pensa che il mondo sia qualcosa di esterno, o meglio, che si trovi da qualche parte, in Alaska o altrove, ma non certo nella provinciale Scottsville in cui è nato. E pure gli altri personaggi vivono in una sorta di limbo che non li fa apparire pienamente adulti. Il padre di Rudy è uno stronzo come dieci, quindici anni prima quando aveva già deciso di non rivedere più il figlio. L'amante di Sammy, Bob, si aggira con la stessa espressione da bambinone. Non esprime alcun sentimento, neanche quando Sammy chiaramente lo rifiuta. Anche il capo di Sammy, Brian (Matthew Broderick), è raffigurato distante e distratto. Esegue alcuni compiti che dovrebbero rientrare nel metodo "perfetto" per migliorare la banca. Sono espedienti inutili e più plausibilmente effetto del mediocre rapporto con la moglie incinta, che di lì a poco tradirà andando a letto con Sammy. Questa incessante frattura tra essere e apparenza è irrisolvibile. È un dissidio che può essere parzialmente ricomposto, ma al quale non si può dare soluzione. Nell'espressione filmica ciò si concretizza nel girovagare incerto dei personaggi, nell'espressione frequente dei dubbi e delle indecisioni.

Eccellente è il montaggio che, attraverso un "cut" deciso, propone gli stacchi tra le inquadrature come sistema della discontinuità narrativa. La storia frammentata e le interpunzioni frequenti danno la misura di un'apertura costante. C'è sempre una sorprendente interruzione quando ci aspetteremmo il regolare svolgimento della scena. Nondimeno le ellissi sono cariche di misteri, ipotesi sulle eventuali azioni che sono state mostrate in parte, solo accennate. E gli stessi dialoghi sono suscettibili di una modificazione repentina, come se fossero costruiti su una regola immobile e fragile, che può rivelarsi illusoria e all'improvviso precipitare. I silenzi, le sospensioni, come nel bellissimo primo incontro tra fratelli seduti al tavolo di un bar, esprimono in sintesi l'alternanza beffarda e fatale delle emozioni, tra due estremi opposti che mai si compongono.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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