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Così Fan TuttiComme une Image - 1h 50'
Regia: Agnès Jaoui Il cinema "al femminile", ovvero lo sguardo "altro" sull'umanità (maschile), offre un rovesciamento dei percorsi. In una sola scena Jaoui
è in grado di condensare i discorsi sull'empatia, la piacevolezza, il potere. Sembrano elementi separati, ma sono uniti e ribaltati in modo profondo nel corpo di Lolita. Nome
che presuppone un'immagine ("comme une image" è il titolo originale francese). Ma l'immagine desiderata, bramata, perfetta, non corrisponde alla brutalità del reale...
Jaoui preferisce esplorare la nuda scrittura di tali elementi, che potrebbero essere, senza la precisione millimetrica di sceneggiature asfissianti, devastanti a livello di
pura fantasia visionaria come nel cinema di Jane Campion. La bruttezza è il vero tabù del nostro tempo, perché risulta osceno non nasconderla, non parafrasarla. L'avvenenza
del corpo è risucchiata dal potere che l'addomestica ai suoi meccanismi stritolanti. Il successo e la fama esprimono potere, stravolgendo tutti i punti fermi della morale.
Come un immagine che non corrisponde più alle semplici necessità della vita, ma è una maschera fatta di vanità, presunzione egoistica, ossessione del sé. Etienne vive la
dimensione di scrittore, il ruolo come unica sicurezza, in una scala di priorità che annullano in modo assoluto l'ascolto dell'altro, pregiudicano la comunicazione. Dall'altra
parte la sofferenza, il dolore di Lolita per l'indifferenza paterna esplode, ma ha anche delle pieghe sottili di speranza, di attese che saranno comunque deluse.
Il cinema di Jaoui è un cinema di attori. Primi piani, sguardi, posture, movimenti del corpo, espressioni facciali, timbri vocali (laddove il doppiaggio non ci permette di
cogliere, come al solito, le interpretazioni originali). Non è un cinema di spazi, di sguardi che scivolano e disegnano altri mondi "possibili". La descrizione di Jaoui
appare compiuta tanto più si avvicina all'opacità delle marionette, al sarcasmo paradossale, al cinismo più bieco dei personaggi. Il macchiettismo è così il dato pregnante di
questo cinema: l'ironia che procede a braccetto di una morale umana capricciosa, pronta a rendersi duttile, solo per i piaceri intimi, personali, per i piccoli grandi egoismi
di ogni giorno. In fondo il potere si serve proprio della posizione subordinata accettata dalla maggioranza. E la bellezza del potere ha la sua continua seduzione, nonostante
la consapevolezza che questo fascino può ridursi a nulla. Jaoui nei panni dell'insegnante di canto Sylvia (ri)scopre il velo dell'ipocrisia, la bugia a se stessi, il pronto
rinnegamento di ogni ferma convinzione, lo sgretolamento di regole di fronte al successo individuale. La coralità del film è straordinaria proprio nell'annientare qualsiasi
idea di solidarietà tra persone. I rapporti sono regolati da gerarchie, da poteri fitti e silenziosi, che vanificano le aperture all'altro.
Jaoui firma un'opera cinica nella sua idea di non cinema, non un'immagine, ma come un'immagine "impossibile". Se è vero che l'immagine può nascere da un'avventura del pensiero, da una sua autentica apertura verso un Altrove, questi personaggi e tutto il contesto rappresentato risultano chiusi, claustrofobici per una natura in prevalenza violenta, priva di immaginazione. Per questo il contrasto con le creatività musicali, letterarie, appare ancora più stridente. Chi ha accettato i meccanismi del potere appartiene già a quel circuito vizioso di sarabande, teatrini dell'autocelebrazione e della perpetuazione del potere, ai quali non si può rinunciare. Tanto che il canto in una parrocchia locale è qualcosa di greve, poco importante, per Etienne, che fugge, indifferente per l'ennesima volta, l'espressione della figlia. © 2004 reVision, Andrea Caramanna |
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