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Così Ridevano

2h 04'



Vincitore del Leone d'oro all'ultimo Festival di Venezia il film di Amelio è stato circondata da curiosi pettegolezzi come quello che insisteva sulle pressioni politiche perché conquistasse il primo premio. Diciamo subito che Così Ridevano è un'opera straordinaria e il Leone d'oro, almeno in rapporto alla sua qualità - non abbiamo visto tutti gli altri film in concorso - se l'è meritato. Prima di tutto per il suo coraggio linguistico: la scansione delle sequenze è davvero particolare. La storia non procede con linearità, piuttosto si frammenta continuamente. Queste ellissi creano dei vuoti impensabili nelle convenzioni narrative del cinema contemporaneo. In qualche momento non manca una reazione di disagio di fronte a un cambiamento repentino della situazione messa in scena.

Il titolo del film si rifà a una vecchia rubrica della nota rivista "La domenica del corriere": sull'ultima pagina comparivano le barzellette di molti anni prima. L'effetto che ne scaturiva era che quelle scenette non facevano ridere più nessuno, semmai intenerivano per l'ingenuità di un pubblico ormai scomparso.

Nella Torino della fine degli anni cinquanta, centinaia di meridionali emigranti arrivano ogni giorno. La stazione ferroviaria è un via vai di siciliani, calabresi, pugliesi, un coacervo di saluti, abbracci e lacrime di commozione. Il calabrese Giovanni (Enrico Lo Verso) arriva trafelato e cerca subito il fratello minore Pietro (Francesco Giuffrida), che però si è nascosto. Lui già a Torino da qualche anno va in giro ben vestito, sembra un signorino, ma si vergogna delle origini e dei propri segreti.
Così inizia la storia di due fratelli che si rincorrono l'un l'altro. Giovanni vuole che Pietro diventi un bravo maestro. Pietro crede ciecamente nella bontà di Giovanni, salvo poi scoprire che anche il fratello maggiore ha dei segreti. La ricostruzione degli anni del boom è davvero efficace nonostante il regista rievochi triti stereotipi, come quello del meridionale odiato al Nord.

Il film di Amelio riesce soprattutto a scolpire la terribile lotta di due uomini nei confronti delle necessità della vita, i compromessi della morale di fronte agli obiettivi che si vogliono raggiungere. E la chiusura della storia ci mostra come l'esistenza umana sia legata al sacrificio. E questa dimensione si fa immagine plumbea, quasi dannata, attraverso le luci taglienti di Bigazzi, che sfodera nell'occasione una delle fotografie più amare dai tempi del neorealismo.
Un ultimo commento a favore degli attori. Su Lo Verso: è bravissimo e si vede perfettamente la sua disponibilità nei confronti di Amelio (del resto testimoniata dal regista in qualche intervista). Francesco Giuffrida, nei panni di Pietro, ha offerto un'interpretazione indimenticabile: la sua espressione altera, composta, distaccata, ma dolorosa trasmette al contempo un'interiorità psicologica intensa e tumultuosa.

© 1998 reVision, Andrea Caramanna



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