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Qualcuno Con Cui Correre

Mishehu Larutz Ito - 1h 58'

Regia: Oded Davidoff



L’amore al tempo della guerra d’Israele. E’ questa la prospettiva che continua ad affascinare lo scrittore–saggista David Grossman, recentemente contornata da risvolti dolorosi che hanno colpito la sua vita privata, quando suo figlio minore Yuri è rimasto ucciso il 12 agosto del 2006 durante le ultime ore della seconda guerra del Libano. Nel Sud di quel paese si spegnevano, insieme a Yuri e ai suoi compagni, le tante vittime di uno dei più accesi e duraturi conflitti contemporanei: le conseguenze della questione mediorientale che sembra non avere alcuna possibilità di essere risolta politicamente e pacificamente. Con il suo ultimo straordinario romanzo, "A un cerbiatto somiglia il mio amore", Grossman trasforma la vicenda di tre sedicenni, che vivono briciole di vita all’interno di un ospedale di Gerusalemme durante la Guerra dei Sei Giorni, in una metafora potentemente evocativa. Il grande scrittore di Gerusalemme preferisce poi concentrarsi sulle paure di una madre che ha il figlio impegnato nel servizio di leva, fulcro narrativo del suo ultimo romanzo che è una vera e propria discesa agli inferi, un viaggio interiore capace di alludere ad un persistente paradigma storico, che sonda sentimenti impercettibili come accade in altri due splendidi romanzi dalla circolare scrittura epistolare, "Che tu sia per me il coltello" e il successivo "Col corpo capisco", segni indelebili del meditato percorso di una delle voci più importanti della narrativa contemporanea. Fra questi due libri, Grossman si è inoltrato nei recessi misteriosi dell’adolescenza con "Qualcuno con cui correre", ambientato nelle strade di Gerusalemme. Ora, questo libro intenso e incalzante è stato trasposto su grande schermo dal quarantunenne regista israeliano Oded Davidoff giunto al suo secondo lungometraggio, primo vincitore del Giffoni Film Festival di quest’anno.

Saper descrivere con dovizia introspettiva le inquietudini degli adolescenti è impresa ardua che il cinema americano indipendente ha condotto con finezza, al contrario del made in Italy abituato ad affrontare con l’accetta le tematiche più delicate ricorrendo a stereotipi fasulli. La limpidezza di sguardo è una qualità necessaria per un autore che voglia cogliere le cangianti sfumature dell’età d’oro inquadrandole in un contesto realistico che è già capace di esibire però i propri crismi simbolici. Se Grossman scrittore ha sempre dimostrato di possedere tali qualità, il regista Davidoff sa come calcarne le orme nel cogliere le luci livide di Gerusalemme fotografate da Yaron Scharf, raccontando il peregrinare di due adolescenti che, nell’arco di due mesi, s’incrociano continuamente lungo i paralleli binari di un incalzante tragitto narrativo. Tamar (interpretata da una ventenne incisiva e penetrante, Bar Belfer, diplomata in musica) è una giovane ribelle che intona con naturalezza, per strada, delle malinconiche canzoni composte per il film da Ran Shem-Tov. Nelle prime sequenze di Qualcuno Con Cui Correre la vediamo, accompagnata dal suo cane, entrare dal barbiere per radersi a zero i capelli. La rasatura è segno di una scelta drastica e fatale, di uno sprofondamento nell’abisso della guerra assai difficile da perseguire. Il suo destino sembra doversi consumare all’interno del fatiscente ospedale abbandonato dove vivono internati un gruppo di ragazzi e ragazze il cui talento musicale è condizionato dal losco Pesach (Tzahi Grad), un obeso che li sfrutta come suonatori ambulanti per intascare le elemosine. Siamo in una zona dickensiana alla "Oliver Twist". I piccoli, impauriti internati vivono denutriti, prede di un clima dispotico che rende insopportabili anche i quotidiani rituali alimentari. La missione di Tamar è di riportare alla luce il fratello eroinomane Shay (Yuval Mendelson) convinto di doversi drogare per suonare la chitarra elettrica come fosse Jimi Hendrix, rifugiatosi nell’ospedale e che inizialmente lei fatica a trovare perché il ragazzo ha già tentato la fuga: un tentativo che, al suo riapparire in mensa, viene salutato da un applauso. La vicenda di Tamar scorre parallela a quella di Assaf (Yonatan Bar-Or), un sedicenne timido ed impacciato, impiegato del canile municipale, a cui viene offerto dal direttore il singolare incarico di scovare il padrone di Dinka, uno splendido esemplare di labrador. Inizia così la sua corsa a perdifiato nelle strade di Gerusalemme, durante la quale egli resterà vittima di alcuni pestaggi e vivrà alcune disavventure nel rintracciare l’identità di Tamar, la proprietaria del cane.

Il film, dunque, racconta la storia di una doppia ricerca, quella di Assaf nel rintracciare Tamar e quella di Tamar nel ritrovare il fratello perduto. Quello che lega i due protagonisti è il filo invisibile di una drammatica condizione comune alla quale il regista Davidoff dona un respiro avventuroso mescolando con intelligente ironia elementi di mélo e di suspense, inscrivendo gli stessi in un microcosmo realistico che assume spesso i connotati dell’epica letteraria legata al tema delle vittime e dei carnefici inscritti nel vortice dei macroscopici conflitti della Storia. Tamar stringe amicizia con una ragazza punk che non perde tempo a lamentarsi e ad alzare il tono della voce quando serve, ma il "mistero" che nasconde la vicenda è il legame che progressivamente s’intesse tra i due personaggi. La corsa affannosa vissuta sul filo dell’ansia proietta dentro il ragazzino il riflesso di un rapporto sottile ed intenso che finisce con il legarlo al cane come al suo padrone. Attraverso gli indizi raccolti durante la sua corsa contro il tempo, attraverso il conquistato rapporto con l’animale, Assaf vive delle emozioni nuove, capaci di dare senso al proprio affanno perché foriere di mutamenti profondi.
Saper ascoltare le ragioni del cuore, sondarne l’avvolgente mistero, scavare nelle inquietudini di un mondo popolato da adolescenti che vivono i disagi della società in guerra è una prospettiva che il cinema deve imporsi di raccontare. Questa volta è la Gerusalemme moderna (la cui screziata identità è affidata allo sguardo del regista Davidoff abile interprete delle pagine di Grossman sceneggiate per il grande schermo da Noah Stollman) a trasformarsi in metafora poetica del dissidio perennemente in fieri di un mondo senza pace.

© 2008 reVision, Francesco Puma