Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Coraline e la Porta Magica

Coraline - 1h 40'

Regia: Henry Selick



Da quando esistono, le fiabe servono soprattutto a rovesciare la prospettiva delle cose, persino le certezze sensoriali delle nostre percezioni. Così il nostro mondo reale può apparirci meno vivido e più grigio rispetto a quello più truce e stilizzato (però quanto vivace!) inventato dalla fantasia dark di Tim Burton per il memorabile La Sposa Cadavere dove per l'appunto il mondo dei morti esibisce paradossalmente una più accesa vitalità di quello dei vivi, grigio e afasico. Ed è, questa, una sensazione che ci restituisce la realtà della nostra comune contemporaneità, in questo primo scorcio del nuovo millennio: come ci hanno anticipato le fiabe, i colori del mondo sono sempre più abbacinanti, edulcorati, annebbianti. Perché, se è vero che la vita è uno stato mentale, è sempre la fantasia a suggerirci che nelle dimensioni parallele del mito e della fiaba c’è una maggiore nettezza e vividezza nell’espressione del conflitto interiore ed oggettivo sia degli uomini sia delle cose: tutto sta a dare linguaggio a questa inquietudine che ci proietta sull’orlo dell’abisso dei sensi e del senso, dove ciò che appare reale non lo è e viceversa e dove ogni finzione è destinata ad essere svelata sia pure mantenendo intatta la densità di quel mistero che rende affascinante il racconto della lotta tra il Bene e il Male, tra la vita e la morte. Proprio con Burton, Henry Selick si era già incontrato generando quello che è ormai possiamo considerare un classico dell’animazione in stop–motion, Nightmare Before Christmas, straordinaria parabola sul dark side dell’immaginario contemporaneo in forma di fiaba acre e sublime. Dopo avere diretto, nel 1996, James e la Pesca Gigante (tratto dall’omonimo romanzo di Roald Dahl del 1961), Selick è tornato dietro la macchina da presa per regalarci un altro piccolo capolavoro in stop–motion, Coraline e la Porta Magica, il primo ad essere ripreso con la tecnica del 3D (noi lo abbiamo gustato con stupore crescente al cinema Marconi di Palermo muniti degli appositi occhialini) che conferisce una palpabilità multisensoriale alle incantate sequenze di un film dove la dimensione tecnologica appare neutralizzata a favore di un’artificialità che ha radici antiche e sapienti. Il tutto per narrare una vicenda che vede protagonista la Coraline del titolo (nella versione originale doppiata da Dakota Fanning), ragazzina di undici anni che nasce dalla fervida fantasia di Neil Gaiman, uno dei più importanti scrittori contemporanei per ragazzi e autore del fumetto di culto "Sandman". Risulta davvero efficace l’incrocio tra la visionarietà eccentrica di Gaiman e il talento di Selick, autentico genio nel modellare ed animare i modellini dei pupazzi da lui creati. Anche perché le storie dark scritte da Gaiman sembrano aderire perfettamente all’universo poetico di Selick generando un connubio artistico che non poteva essere più felice.

Coraline è, dunque, una bambina irrequieta e diversa a partire dal nome, nel quale sembra essere siglato il suo destino (è una variante di Caroline e tutti quelli che incontra lo storpiano). La sua diversità di novella Alice carrolliana la conduce ad elaborare un disagio esistenziale, tipico dell’età adolescenziale, sviluppando un sentimento per l’avventura che la conduce oltre i confini della sua nuova abitazione, una vecchia casa dell’epoca vittoriana, riflesso del grigiore in cui è costretta a vivere con i suoi genitori che, presi dal loro lavoro al computer, non si prendono cura di lei (una sindrome assai riconducibile alla contemporanea idea/forma della famiglia). Coraline è conquistata dallo stupore generato dalle presenze quotidiane che, per lei, assumono un aspetto emblematico come il gatto nero che si aggira mellifluo o come le eccentriche figure di due anziane vicine di casa, un tempo attrici del teatro burlesque, simpatiche quando evocano con nostalgia i bei tempi andati. Altrettanto singolare sono i personaggi di Mr. Bobinsky, un acrobata di origine russa che si mantiene in allenamento con una ferrea dieta di barbabietole e Wybie Lovat, nipote della proprietaria della casa, l’unico personaggio inventato di sana pianta per la versione cinematografica del racconto di Gaiman.
Così, in un giorno di pioggia incessante, la piccola solitaria inizia il proprio cammino di conoscenza: conta gli oggetti, le finestre, le stanze e, nell’inseguire un vispo topolino, si accorge di una fatale quattordicesima porta di casa nascosta dalla carta da parati dove si erge un muro di mattoni. Solo la notte successiva, attratta da rumori misteriosi che non le fanno prendere sonno Coraline, tornata alla stessa soglia, viene proiettata in un lungo corridoio dall’aspetto sinistro che, una volta percorso, conduce ad un mondo parallelo. Lì, la nostra protagonista ritrova i propri genitori amorevoli ed affettuosi ma con dei bottoni neri cuciti negli occhi: il neo–padre è un cantante che fa il giardiniere mentre la neo–madre è la creatrice del mondo parallelo confortevole quanto inquietante. Dietro ogni patina di colore si nasconde qualcosa di più sinistro del mondo reale e grigio: tocca a Coraline scoprire la differenza e saper scegliere. Le due attempate attrici del teatro burlesque sono, in quest’altra dimensione, delle provette interpreti di Shakespeare ed esibiscono un fisico atletico mentre il loquace Wybie è patologicamente introverso, Mr. Bobinsky gestisce un circo di fantastici topolini e il gatto nero diventa la guida di Coraline.

Tra Carroll e il David Lynch della caotica congiunzione tra apparenza e realtà giocata sempre all’interno della dimensione fantasmatica che è quella del cinema, questa creazione di Selick svela narrativamente l’esistenza della metà chiaroscurata dell’immaginazione che evidenzia quello che Freud chiama il perturbante. E’ il rapporto tra il sogno ed il reale, la messa in scena della condizione stessa del doppio che s’impossessa dei personaggi e li spinge dentro un territorio liminare simile a quello di INLAND EMPIRE. Come nel lynchiano Mulholland Drive, una sequenza è ambientata in un teatro dove gli spettatori sono composti da cani e dove assistiamo alla trasformazione delle vecchie attrici che prima recitano nude con il loro fisico ingombrante e, quando si chiude il sipario, si cimentano in un numero di equilibrismo trasformandosi in due donne giovani e belle. Altre scene, come quella circense con i topolini, sono un richiamo diretto all’universo fantastico di Burton. Ma il film di Selick ci riserva anche momenti inquietanti da horror quando la neo–madre porge a Coraline l’ago e il bottone per cucirsi gli occhi, e sequenze di pura estasi spettacolare come quella inquadratura dall’alto, quando il giardino dell’Altro mondo assume le fattezze del viso di Coraline, con l’animazione che invita ad un meraviglioso stupore. Risulta fondamentale alla resa di questo gioiello concettuale il supporto dell’artista Tadashiro Uesugi che si è ispirato alle tavole di alcuni illustratori americani degli anni Sessanta.
Coraline e la Porta Magica è, dunque, un’esperienza visuale che adopera con intelligenza le possibilità affabulatorie del linguaggio cinematografico, recuperando con misura gli archetipi narrativi delle fiabe e la magnifica retorica dei generi adolescenziali che è metafora del nostro costante desiderio di mutazione e di fuga dal reale. Per Selick e per Gaiman, solo sfidando la paura si può crescere, attuando quell’istintiva pulsione umana legata sia ai fantasmi dell’inconscio che al bisogno di conoscenza per approdare a quel territorio misterioso che è il mondo fatto a nostra immagine e somiglianza.

© 2009 reVision, Francesco Puma