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La CoppaPhorpa - 1h 34'
Regia: Khyentse Norbu Che fare cinema sia innanzitutto costruire forme espressive lo ripetiamo con insistenza. Il primo film sulla dottrina del
Budda, firmato da un religioso tibetano, il Lama Norbu, invece parte da questioni contenutistiche. Nella semplicità espositiva delle sequenze l’obiettivo è
chiaro: contrapporre l’Oriente all’Occidente, per una riflessione universale sui tempi che cambiano e modificano tradizioni millenarie. In una delle prime scene
vediamo l’immagine di una lattina di Coca Cola ammaccata. È raccolta per essere offerta al vecchio abate del monastero. Alla Coca Cola è contrapposta l’immagine
del Budda. Subito dopo, la medesima lattina è utilizzata come candeliere. Basterebbero queste due inquadrature per sintetizzare il tema dominante del film: "Se
un problema può esser risolto perché allora esser infelice; se un problema non può essere risolto a che serve in ogni modo l’infelicità?". La saggezza del vecchio
monaco tibetano insegna la tolleranza, l’indulgenza dinnanzi ai seducenti stimoli della globalizzazione, alla fascinazione dei media, tra televisione e colorate
riviste, agitazione solo apparentemente impensabile per un luogo di trascendenza, per i giovani allievi buddisti il cui principale insegnamento è di liberarsi
degli oggetti terreni.
La Coppa, con un sol colpo di spugna, fa a pezzi tutti i cliché sulla quotidianità delle discipline buddiste, descrivendo l’umanità gioiosa dei monaci, fatta di marachelle, scherzi, come tra compagni di scuola: si scambiano biglietti segreti tra i banchi, s’addormentano alle lezioni di meditazione... e la camera di Orgyen è tappezzata con le foto di calciatori famosi, tra cui il brasiliano Ronaldo, "anche lui ha la testa rasata, ma non è un monaco". La febbre del calcio colpisce anche i monaci, e questo evento è perfettamente emblematico di tutte le passioni umane contemporanee, diffuse in ogni angolo del mondo ed è naturale che la storia culmini con la visione della finale del campionato mondiale di calcio ’98, Francia contro Brasile, con tanto di trasporto e montaggio sul tetto del monastero di una gigantesca antenna satellitare, e coi monaci che affollano la nuova sala tv con l’euforia di un club calcistico. La lezione, dunque, è chiara: i mostri che affollano i sogni possono far paura, ma nascono sempre dalla nostra mente e, come suggerisce l’aneddoto, dobbiamo
esser noi a controllarli. Gli intenti pedagogici del film sono certamente lodabili, ma di fronte alla ripetizione continua di messaggi didascalici, il risultato
è quello di un testo banale, la cui sobrietà finisce con l’apparire sintomo di carenze registiche.
Lo sguardo di Norbu è soprattutto attento a fornirci, in ogni scena, la chiave di lettura che ha già scelto di mostrarci e ne è la prova che, prima dei titoli di coda, ci assicuri che le vicende rappresentate corrispondano quasi completamente ad eventi reali. Non ci sono lati oscuri, domande, zone d’ombra, in questo film, come del resto la fotografia, che ha scelto gradazioni decise, non discostandosi dalle luci patinate di altre opere recenti come Kundun o Sette Anni In Tibet. Da aggiungere che, pubblicizzato come il primo film in lingua tibetana, La Coppa è offerto al pubblico dalla Lucky Red di Andrea Occhipinti, nella consueta, arrogante, versione doppiata in italiano. © 1999 reVision, Andrea Caramanna |
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