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Copia Conforme

Copie Conforme - 1h 46'

Regia: Abbas Kiarostami



A Juliette Binoche piangere riesce bene. Lo fa almeno in un paio di scene di Copia Conforme, l’ultimo film di Abbas Kiarostami appena presentato in concorso a Cannes. Il suo è un pianto rivelatore, l’espressione di una lacerazione sottile ed estrema, di una sensibilità tesa come corda di violino, elegante come lo sono gli altri suoi gesti minimali: togliersi le scarpe o fare intuire, col reggiseno appena tolto, il seno ancora sodo di donna fragile e forte insieme. Abbiamo visto la Binoche piangere nel film di John Boorman In My Country interpretando con speciale concretezza il personaggio di poetessa e giornalista sudafricana bianca capace di entrare in sintonia col dolore delle vittime ai processi della persecuzione razziale, come portatrice di principi di verità e giustizia. E altrettante vibrazioni esibiva in uno dei film più belli di Amos Gitaï (vergognosamente rimasto inedito da noi), Disengagement, tra le macerie anche interiori della tormentata Israele. La puntuta grazia di questa attrice fine e intelligente è stata utilizzata appieno da autori importanti come Godard, Carax, Téchiné, Malle, Kaufman, Kieslowski, Haneke ed Assayas donandole un meritato prestigio che l’ha portata ad essere, quest’anno, icona immortalata nel manifesto del festival poi premiata proprio per questa sua interpretazione. Le sue lacrime erano reali alla conferenza stampa, quando ha esibito una sincera commozione apprendendo dello sciopero della fame in carcere dell’importante regista iraniano Jafar Panahi. Giudizio sull’attrice a parte, non abbiamo dubbi riguardo a Copia Conforme: l’ultimo film di Abbas Kiarostami è splendido.
Dopo aver immortalato (a proposito di sentimenti) la commozione delle spettatrici nel buio di una sala (tra cui spicca proprio la Binoche) nel penultimo Shirin, da noi rimasto inedito, Kiarostami si è lasciato incantare dai colori della Toscana per porgerci, con densa intenzionalità letteraria, le sue acute riflessioni intorno alla differenza (filosofica, tecnica, concettuale) tra modello e copia quando si parla di opera d’arte. Anche in trasferta, lo sguardo incantato e riflessivo di Kiarostami svela la sua potenzialità epifanica, pur affascinato e rapito dall’intensità del paesaggio di Arezzo e del comune di Lucignano.

Quello che il film racconta, con encomiabile sintesi poetica, è la storia semplice (raccontata tante altre volte sullo schermo) di un incontro tra un uomo e una donna. L’incipit è ambientato in un’aula per le conferenze, mentre il pubblico aspetta l’arrivo dello scrittore inglese James Miller (ben interpretato dal baritono inglese William Shimell) venuto a presentare un suo nuovo libro intitolato "Copia conforme". L’attesa cresce e provoca l’intervento del traduttore italiano (che ha il volto di Angelo Barbagallo, produttore italiano della pellicola, storico fondatore della Sacher Film in coppia con Nanni Moretti) che prova a prendere tempo fino al sospirato ingresso dello scrittore. Durante la conferenza, ecco entrare in scena l’antiquaria francese interpretata dalla Binoche che prende posto a fianco del traduttore. Il figlio della donna (Adrian Moore) è un ragazzino inquieto (come spesso se ne vedono nei film di Kiarostami), capace di provocare con la sua insofferenza, mentre è intento a un videogioco, la madre che si mostra rapita dall’affascinante scrittore tentando però di nascondere la sua emozione al piccolo arrivando ad abbandonare la sala insieme a lui. Il dialogo, trasudante d’incipiente incomunicabilità, si consuma poi in un tavolo all’aperto e in uno dei luoghi privilegiati da Kiarostami, l’automobile che appartiene alla donna. Lo scrittore James, raccogliendo le sollecitazioni della protagonista, non perde tempo ad incontrarla proseguendo il viaggio in automobile (interrotto con il figlio) verso Lucignano in una solare domenica toscana, alcune tranche de vie rivelatori scoprono giovani coppie che si sposano, vicoli e strade immerse in un tempo sospeso, magiche manifestazioni di volumi e architetture d’arte che rigenerano emozioni e riflessioni. L’attraversamento di questo paesaggio si fa doloroso durante un dialogo che svela identità in ombra ed incertezze amare: la nuova coppia sembra consolidarsi attraverso un confronto malinconico d’interiorità in bilico, improvvisamente matura (si adombra il fatto che i due si conoscessero al punto da ricordare il quindicesimo anniversario di matrimonio) se messa a confronto con altri due giovani pronti a convolare a nozze (Filippo Troiano e Manuela Balsimelli), mentre altrettanto traumatico è il confronto con un’altra attempata coppia incontrata nella piazza di Lucignano, incarnata da Agathe Natanson e dal grande Jean-Claude Carrière. Rimangono così in mezzo al guado lo scrittore reduce da un insuccesso editoriale in patria ma rivalutato in Italia e la fragile (ma forse no) antiquaria francese: un uomo e una donna intenti a dissertare di copie e di originali quando, in un museo del posto, s’imbattono in un ritratto femminile ritenuto un originale per molto tempo (e la domanda diviene: che cosa manca ad una copia o a una coppia perfetta?). L’incertezza intellettuale è lo specchio di quella esistenziale quando ci s’interroga radicalmente sull’essenza reale dei sentimenti tra uomo e donna, quando emergono schemi culturali e disagi relazionali anche attraverso la banale disputa di un cambio di look (orecchini e rossetto) da parte di lei e la polemica di lui (al ristorante) sulla qualità del vino.

Il teorema di Kiarostami che corteggia l’antico gioco retorico del doppio, è così delineato: un’attrice interpreta un duplice ruolo così come l’attore che in questa occasione è un baritono prestato al cinema calzando un ruolo per infilarsi in altri panni. E’ la matematica del cinema, la geometria dei sentimenti, l’arte e il desiderio in osmosi, la simulazione in abisso, la trappola degli umani sentimenti e del loro svelarsi all’interno della coppia. Sintomi e simboli di questo duello d’inquietudini sono l’orecchino a forma di libellula che tira fuori la Binoche dalla sua borsa, il suo truccarsi le labbra di fronte ad uno specchio, il suo togliersi le scarpe e mostrare il reggiseno: è un adamantino teatrino del desiderio che stordisce e ammalia, come la donna che, sul finale, si distende elegante sul letto di una camera d’albergo.
Con una regia consapevolmente sinuosa e controllata minimalisticamente, girando per la prima volta fuori dall’Iran, Kiarostami rende omaggio alle atmosfere del nouveau roman francese dando corpo alla parola che si fa immagine: echi del Resnais di L’Anno Scorso a Marienbad così come del Rohmer dei lunghi dialoghi, delle passeggiate e delle concrete evocazioni provocate dal paesaggio capace d’indurre a metamorfosi interiori lancinanti come nei film del maestro di tutti, Antonioni. Servito dalla luminosa e materica fotografia di Luca Bigazzi, la macchina da presa di Kiarostami dipinge esterni ed interni con uguale intensità poetica: l’aula delle conferenze e poi musei, ristoranti, alberghi divengono i topoi di una ricognizione sui movimenti dello sguardo, della mente e dell’emozione, riverberati nei primi piani della Binoche e di Shimell che contribuiscono a rendere affascinante questo giallo dei sentimenti inespressi. Al quadro ideale si aggiunge il significativo personaggio della proprietaria del bar impersonata da Gianna Giachetti che interagisce in un bellissimo dialogo rivelatorio.
Copia Conforme è la decifrazione di un percorso autorale e delle sue derive: con rigorosa quanto ironica consapevolezza Kiarostami denuncia la malleabilità dello stile che gioca con i rimandi e l’ispirazione ad altre esperienze. Ci dice, insomma, che nella vita come nell’arte l’originalità consiste nell’elaborare il passato per trasformarlo in presente e che ogni originale è copia di un originale precedente come c’insegna lo spirito del cinema, linguaggio impuro per eccellenza, manifestazione di quell’amore per il movimento, la poesia e la vita che ci rende antenati di noi stessi in un presente proiettato verso il futuro.

© 2010 reVision, Francesco Puma