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Control1h 55'
Regia: Anton Corbjin Documentarista e fotografo che ha immortalato i più importanti gruppi rock degli ultimi vent’anni (U2, Depeche
Mode, Nirvana, Coldplay), l’olandese Anton Corbjin esordisce dietro la macchina da presa con la biografia di Ian Curtis, celebre
cantante dei Joy Division morto suicida il 18 maggio del 1980. Control, presentato in anteprima al Festival di Cannes
2007, ripercorre la vita di Curtis rielaborando il libro autobiografico scritto da Deborah Curtis, moglie del cantante: l’adolescenza
trascorsa ascoltando David Bowie e la glam music, l’incontro con Deborah e l’affrettato matrimonio, i primi passi artistici
del gruppo nei locali underground sotto il nome Warsaw, poi diventato Joy Division, l’influenza del movimento punk rielaborato
dai Joy Division in toni maggiormente dark e intellettualistici, il folgorante esordio televisivo con la performance di Trasmission
(riprodotta, come tutti gli altri brani del film, con impressionante realismo da Corbjin e dal cast, tra cui spicca l’ottimo
protagonista Sam Riley), il successo di Unknown Pleasures, la nascita della figlia, le drammatiche crisi epilettiche, la relazione
con la belga Annike e la conseguente separazione con Debbie.Personaggio controverso e sfuggente Ian Curtis: poeta postromantico dalle ambizioni artistiche smisurate, creatore di una monodimensionalità canora originalissima e di innegabile disperazione, distrutto dalla malattia e dall’incapacità di creare un contatto reale col mondo. La sua vita è forse la dimostrazione più lampante di un equilibrio cercato con ostinazione e mai raggiunto tra la realizzazione artistica (la carriera musicale) e il ruolo sociale (il lavoro, la famiglia), tra il contatto con l’altro e l’individualismo più lacerante. E’ proprio l’ottica privata e sentimentale a rivelarsi preponderante in Control, rispetto alla componente musicale e
alla contestualizzazione storica. Il triangolo amoroso che nella seconda parte vede protagonisti Ian, Debbie e Annike, se da
un lato contribuisce a rendere ancor più ambigua la neutralità emotiva e la dimensione borghese di Curtis, per certi versi
applicando una sorta di demitizzazione intimista che rende il personaggio più umano e allo stesso tempo più "incomprensibile"
nel suo dolore, dall’altro rischia di ancorare lo sviluppo drammatico a una aneddotica di superficie (peraltro non del tutto
assente neanche nella prima parte, quella più attenta ai primi passi mossi dai Joy Division e alla fedeltà cronachistica). Il
climax claustrofobico che porta al tragico epilogo accumula momenti forti (l’ultimo, violento attacco epilettico) ad altri
interlocutori e prevedibili (le liti tra Ian e Debbie, con quest’ultima, interpretata con insolita macchinosità da Samantha
Morton, a ricoprire il ruolo di vittima predestinata dell’egoismo nichilista di Curtis). La forte attenzione alla sfera privata,
probabilmente inevitabile vista anche la fonte letteraria da cui Control è tratto, risucchia imprevedibilmente il profilo
artistico di Curtis, evidenziato da brevi inserti vocali in fuori campo, a vantaggio di una riflessione esistenzialistica,
quasi antonioniana, sull’alienazione dei rapporti sentimentali e lo scacco borghese dell’uomo contemporaneo. Il free cinema
inglese e l’Antonioni dei primi anni Sessanta sono, quindi, riferimenti non trascurabili nel film di Corbjin, che infatti
sorprendentemente rinuncia agli estetismi da videoclip, per sposare una raffinatezza controllata, una misura assoluta nell’uso
di primi piani e campi medi, camera fissa a immortalare atmosfere statiche e di sottile disperazione solo qua e là accelerate
da improvvisi e rapidi stacchi di montaggio. Un rigore linguistico che, del resto, si sposa perfettamente con il rock cupo e
apparentemente immobile dei Joy Division, con le loro tonalità grigie e razionali, sempre sull’orlo dell’abisso. Una scelta
filologicamente corretta, che rifiuta la contaminazione sporca e documentaristica, altrettanto fedele ai testi, degli ottimi
lavori di Julian Temple (Sex Pistols: Oscenità e Furore, Joe Strummer – Il Futuro Non è Scritto), per cercare
una cifra stilistica autoriale, formalmente impeccabile, non troppo lontana dalla concettualità teorica del Todd Haynes di
Velvet Goldmine, I’m Not There e, soprattutto, Lontano
dal Paradiso.
© 2008 reVision, Carlo Valeri |
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