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Le Conseguenze dell'Amore

1h 34'

Regia: Paolo Sorrentino



Un uomo che vive in un albergo è sinonimo di uomo solo. Un uomo solo che vive in un albergo da otto anni in un paese non suo, la Svizzera, apparentemente benestante ma che non sembra occupato in una professione, probabilmente fugge da qualcosa o da qualcuno. Se poi scopriamo che è italiano - e vivere nella Svizzera italiana è chiaramente un modo per vivere in un Italia che Italia non è -, che il suo nome è Titta Di Girolamo, contabile di Cosa Nostra, reo di aver sottratto una somma di denaro alla "cassa" dell’organizzazione criminale, siamo certi che il suo allontanamento non è volontario. Ma Cosa Nostra è solo la causa della solitudine di Titta, come l’amore è solo apparentemente l’oggetto del film di Sorrentino.
L’uomo solitario è il centro della narrazione, da dove parte ogni cosa e ogni cosa ritorna, persino gli altri personaggi appaiono come semplici referenti privi di una vera individualità, parti di una routine che si compie in pochi e chiusi spazi - la stanza di Titta, la hall, il bar - di un albergo-microcosmo in cui si svolge una vicenda in cui non appare esserci altro che lui stesso. Se è la voce off di Titta a chiarire chi é, la parola nel resto del film non risponde in realtà ad una esigenza comunicativa, tutta relegata all’espressione non verbale.
Le Conseguenze dell’Amore è fondamentalmente un film su un uomo senza passato, un uomo senza più famiglia, amici, amori. Il presente non suggerisce, forse per i suoi trascorsi, possibilità alcuna per rivendicare la propria esistenza, ossia il piacere proprio della vita fatta per essere travolta da incontri, eventi. L’ordinata routine di Titta sconfessa la stessa ragione di essere.

E’ sempre difficile pensare di dover affermare che un film ottimo sulla carta venga tradito dalla sua realizzazione filmica, eppure in questo caso non ci sono parole più chiare da utilizzare per spiegare la ragione per cui Le Conseguenze dell’Amore non ha convinto. Il lavoro di sottrazione degli elementi che costituiscono una narrazione, necessario quando una struttura è basata su un equilibrio che pretende asciuttezza, è compito arduo. Togliere per poi aggiungere altrove non ha senso, come è il caso di una scelta volta ad utilizzare pochi scambi verbali dando molta responsabilità alle immagini, per poi affogare il film nell’eccessiva presenza della voce off del protagonista, per rimarcare ciò che già si è ampiamente compreso - pur rimanendo nella sostanza incomprensibile -, ossia che Titta Di Girolamo è il film. Appunto, il protagonista, una presenza assoluta che non lascia scampo a un caldo e sentito respiro nella narrazione che infine richiama ad uno schema di partenza, un divenire inutilmente atteso.
In che cosa abbia voluto provarsi Sorrentino, dopo l’interessante L’Uomo in Più - film dalle scelte opposte -, rimane un enigma forse tipico degli esordienti, a volte poco fiduciosi del proprio talento e protesi alla ricerca di una svolta che a volte si rivela essere semplicemente un percorso minato.

© 2004 reVision, Emanuela Liverani