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Ai Confini del Paradiso

Auf der Anderen Seite - 2h 01'

Regia: Fatih Akin



Due bare all’aeroporto: la prima è in partenza per la Turchia mentre l’altra dalla Turchia è arrivata in Germania. Dentro le bare, i corpi di una madre turca e di una giovane tedesca, entrambe colpite da un disagio esistenziale nutrito di rabbia e alimentato dall’iniquità. Sono i sentieri interrotti dell’integrazione quelli di cui queste due sequenze ci raccontano, indicandoci la difficile conciliazione tra il presente e il passato, tra la natura e la cultura di due popoli, così vicini e così lontani come ormai lo sono, nella nostra dimensione globalizzata, tutti i popoli del mondo. Dopo lo splendido La Sposa Turca e l’emozionante documentario sul sound di Istanbul, Crossing the Bridge, il giovane, talentoso regista Fatih Akin c’invita ad un’ulteriore riflessione nel corpo dell’Europa di oggi con il suo nuovo film, Ai Confini del Paradiso, doloroso melodramma meritatamente premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura.
Ali (Tuncel Kurtiz) è un anziano che soffre la propria solitaria condizione di vedovo in pensione. Nel tentativo di vincerla propone a Yeter (Nursel Kose), una prostituta turca come lui, di andare a vivere insieme. Altro personaggio è il figlio di Ali, Nejat (Baki Davrak), un giovane professore di tedesco, che si scopre in disaccordo con l’imbarazzante scelta del padre. La scelta di Yeter che abbandona la squallida casa dove si prostituiva per condividere i giorni del vecchio e le sue crisi d’alcolista, si spiega con la sua esigenza di mandare del denaro alla figlia che non vede da troppo tempo. Ma la tragedia incombe: sotto l’effetto dell’alcol, Ali percuote fino alla morte la disgraziata. L’evento allontana definitivamente padre e figlio mentre Yeter finisce in una di quelle due bare. Altra storia è quella di Ayten (Nurgül Yesilçay), la figlia di Yeter, una ventenne militante dell’opposizione che fugge dalla polizia turca per rifugiarsi in Germania. Qui s’imbatte in Lotte (Patrycia Ziolkowska), una studentessa con cui intreccia una passionale relazione. Una sera le due vengono fermate dalla polizia, Ayten viene identificata ed arrestata mentre chiede un asilo politico che non viene concesso fino a finire trasferita in una prigione del suo Paese. Lotte si trasferisce così in Turchia andando incontro ad una morte accidentale. La seconda bara è la sua.
In questa tessitura di percorsi dolorosi, trova spazio il destino dell’altro personaggio: Nejat abbandona l’insegnamento in Germania per fuggire nella sua Turchia spinto dal desiderio di cercare Ayten e si trova emotivamente coinvolto nell’impresa di gestire una libreria tedesca che è riuscito a rilevare. Così il regista Akin ha deciso di scomporre ad intreccio i capitoli del suo film: "La morte di Yeter", "La morte di Lotte" e infine quello del titolo, "Ai confini del Paradiso".

Numerose risultano le assonanze con La Sposa Turca, là dove è sempre un omicidio accidentale a condurre la giovane protagonista musulmana lungo una pericolosa deriva di alcol e di eccessi sessuali. Ma è sempre uno spirito di ribellione, in quel film, a spingere la stessa ad un matrimonio combinato e poi, quando lo sposo finisce in carcere, ad un tragitto doloroso di lacerazioni psicologiche e fisiche. Nelle due opere, la rotta rimane la stessa, tra Istanbul e Amburgo, nell’allusione ad una frustrante distanza che non si colma. Ma è soprattutto in Ai Confini del Paradiso che la morte, sia reale sia interiore, diviene elemento conduttore e tema portante. Ne avvertiamo la presenza quando la macchina da presa inquadra l’interno della libreria di Nejat, il pesante legno degli scaffali, l’ordine rigido delle file dei volumi, il tutto immerso in un silenzio da mausoleo, eredità che il turco ha avuto dal precedente proprietario, un intellettuale tedesco nostalgico del proprio Paese. Ma il libro, come mediatore di cultura, torna a rappresentare il conflitto tra Nejat e suo padre Ali, attraverso l’immagine del volume "Die Tochter des Schmieds" (La figlia del fabbro) di Selim Ozdogan. E poi vediamo Yeter convincersi che la figlia perduta da tempo sia iscritta all’università mentre Nejat arriva a barattare il proprio appartamento in Germania con quello del proprietario della libreria che ne possiede uno in Turchia. Gli oggetti, i segni del quotidiano e quelli dello spirito che anima la cultura potrebbero favorire lo scambio, non solo simbolico, di possibilità d’integrazione. Questo accadrebbe se non intervenisse la burocrazia e l’autorità, qui rappresentata dall’implicito fascismo della repressione di Stato in Turchia, ad inficiare tutto.
La qualità illuminante di questo film intenso e struggente è rappresentata da quel mostro sacro che rimane Hanna Schygulla, qui nella parte di Susanne, la madre di Lotte, a fornirci un’interpretazione memorabile. Osservatela, invasa da un fascio di luce che le colpisce il viso, mentre da dietro una tenda guarda preoccupata la figlia. O quando seduta in cucina denuncia con pochi essenziali gesti i propri sentimenti. Oppure nella sequenza grandangolare mentre, in una stanza d’hotel, sfoga nel dolore la perdita della figlia, come nel commovente, straziante dialogo con Ayten in carcere. Le proprie posizioni conservatrici si sciolgono nel percorso di un tenero abbraccio, in libreria, con Ayten tornata libera: una sequenza che ci dice quanto l’elaborazione del lutto possa generare, attraverso il perdono, tolleranza e desiderio d’amore, l’amore di una ragazza riconosciuta come una nuova figlia.
Se la Schygulla evoca la memoria mai sopita della densa drammaturgia emotiva di Fassbinder, il cinema di Akin, il suo neo–umanesimo evocato con passione e rigore, rimanda a quello di Yilmaz Güney, cineasta turco premiato a Cannes, dopo il forzato esilio nelle carceri patrie, per l’indimenticabile Yol, asciutto melodramma sulla violenza e il perdono. Paradigmi resistenti che ritroviamo in Ai Confini del Paradiso, più cerebrale de La Sposa Turca, ma altrettanto civilmente motivato e coraggioso.

© 2007 reVision, Francesco Puma