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Confidenze Troppo Intime

Confidences Trop Intimes - 1h 44'

Regia: Patrice Leconte



Bisogna salire e scendere dal budello abitativo, scivolare lungo le pieghe della familiarità, per respirare il cinema a porte chiuse di Patrice Leconte. Corridoi di un palazzo dell'horror vacui parigino. Appartamenti percorsi da pensose oscurità, antichi stili, desolazione rotta dall'urlo di una telenovela. Il film inizia riprendendo una lacrimevole pièce televisiva, con doppio "scandalo" (una donna s'innamora di un prete che si scopre esser omosessuale... ), figura il livello psicanalitico in materia erotica attraverso l’incontro casuale (ma non troppo...) tra due esistenze: la messa in scena è costruita sullo scambio sconnesso di flussi libidici, torturati e costretti da nodi di cravatta, regressivi giocattoli a molla, immagini genitoriali problematiche, lapsus e perversioni di coppia, voyeurismo, sadomasochismo.
L'intimità confidenziale è l'unica salvezza, equivale alla terapia, per questo l’errore d’identità tra fiscalista e analista psichiatrico è un’ipotesi attraente oltreché plausibile.

Ma il cinema di Leconte rende fin troppo irrilevante la materia narrativa, la quale, sovresposta, è solo il punto di riferimento per stili cinematografici "sintomo", che rimandano alle ossessioni polanskiane hitchcockiane più impressionanti. Non ci sono le cosiddette "scene madri", le sequenze che lasciano a bocca aperta, però il decor delle scene e delle espressioni, soprattutto di Luchini, sono fulminanti. La mdp a spalla segue i personaggi, si getta sui volti, fissandosi su primi piani lunghissimi. La solitudine degli spazi corrisponde al più desolante tran tran quotidiano, con il quale è difficile improvvisare scatti emotivi, perché i gesti abitudinari risucchiano ogni ipotesi di vitale suspense. La vivacità e la tensione emergono sulla linea che congiunge gli sguardi dei protagonisti. Prossemica ed analisi espressiva tengono alta l'attenzione spettatoriale fino a fagocitarla in un’identificazione spesso opprimente.

Il cinema di Leconte, come tutto il cinema francese d’introspezione è in grado "seriamente" di configurare i motivi dell’anima, con coraggio prosegue in modo violento il gioco da camera, gioco di spazio tempo, di sequenze dove è bruciante l’attrito tra interpreti. Il cinema di Leconte non accetta altri spazi se non quelli del cupio dissolvi come tesi, della concentrazione assoluta in un solo ambiente claustrofobico (vedi del resto L’Uomo del Treno) che è visto infine da un punto di vista zenitale: regista-dio "onnisciente". L'atmosfera opprimente è in grado di travolgere lo spettatore fino all'epilogo, quando la luce dorata del sud francese s’accoppia agli splendidi bianchi d’interni in grado di regalare automaticamente una sensazione penetrante di felicità e benessere. La gaiezza conclusiva è un obiettivo raggiunto (evoluzione da sceneggiatura classica) dopo una prassi d’analisi che è molto più dolorosa di quello che sembra. I segni sparsi lungo il faticoso cammino sono ordinari. Molto più perturbante è lo sguardo della mdp, sovente fisso intorno alla situazione di sospensione e mutilazione esistenziale. Sono questi attimi inspiegabili, misteriosi, sulle dinamiche psicologiche che attraggono: tic, paure, incubi, fantasie amorose. Il pensiero che ogni piccolo segno in fondo riveli la parte intima del sé. E le confidenze di Leconte riescono ad essere così intime proprio nell'atto di accumularsi come oggetti disposti nella realtà "personale": banali, idioti, ottusi, eppure tanto significativi.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna