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Confidence1h 37'
Regia: James Foley Io so che lui mi ingannerà sempre. Lui sa che io non gli crederò mai. È la fiduciosa sfiducia
sulla quale il cinema postmoderno costruisce il suo patto tra film e pubblico. Confidence concepisce il suo spettatore come
l’avversario di una partita a scacchi. Ogni immagine è trappola, difesa, attacco, diversivo, sacrificio necessario, al quale l’occhio
è chiamato a controbattere nell’arco di pochi istanti. Una scacchiera il cui cardine si chiama (ovviamente) "Il Re", ma dove tutti gli
altri pezzi hanno perso il loro colore, e sono contemporaneamente bianchi e neri, truffatori e onesti, vivi e morti. Tutto così inatteso
da diventare prevedibile. In questa scacchiera a carte coperte il cinema si trasforma in gioco d’azzardo, e il cortocircuito inevitabile
avviene quando i nostri quattro truffatori abbandonano per un attimo la trama che stanno scrivendo per concedersi una sana partita a poker
con un "gruppo di cinematografari", prede troppo facili da spennare.
James Foley produce l’ennesimo capitolo di quel processo di destrutturazione a cui l’ultimo cinema statunitense sta sottoponendo il racconto classico. Destrutturazione come straniamento sarcastico (Scorsese), incongruenza surrealista (Lynch), frammentazione temporale (Tarantino), ribaltamento finale (Fincher, Shyamalan), dilatazione epica (Paul Thomas Anderson). La sceneggiatura di Doug Jung non eccita per le strade che imbocca, ma per i mille vicoli e svolte che lascia a malapena intravedere lungo la sua folle corsa: un esercizio di alto manierismo, tanto superficiale quanto dannatamente divertente. Confidence è godibile come la millesima mano di carte nel cuore della notte. Uguale a tutte quelle che l’hanno preceduta. Dimenticabile come quelle che la seguiranno. Ma, nel millimetrico istante in cui quei semi colorati vengono scoperti uno ad uno, senti che si tratta del momento centrale della tua vita. È in questa gioia dello svelamento progressivo, della ripetizione modulata, che tutti gli stereotipi di questo film acquistano un senso. È qui che il cappello bianco e la cravatta di Andy Garcia, i portafogli rubati di Rachel Weisz, il terrore di Edward Burns per le chiome rosse, il caffè quadruplo di Dustin Hoffman, diventano cose amabili. Figure di un mazzo che abbiamo mescolato migliaia di volte. © 2003 reVision, Dante Albanesi |
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