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Il Concerto

Le Concert - 2h 01'

Regia: Radu Mihaileanu



Se c’è un regista che da sempre ha indagato, a partire dalle proprie dirette esperienze, sulle laceranti contraddizioni della Storia, questo è il rumeno Radu Mihaileanu. Era figlio di tale Buchman, giornalista ebreo di formazione comunista, il quale fu costretto a confrontarsi, per necessità, con le due forme paradigmatiche di potere che hanno influenzato, in modo infausto, il Novecento trascorso (i regimi del nazismo e dello stalinismo), arrivando a mutarsi il cognome in Mihaileanu per sopravvivere. E’ dunque dall’elaborazione dei propri conflitti interiori e dalla crisi d’identità familiare che nasce l’ispirazione assai meditata di questo regista (stabilitosi ormai da qualche tempo a Parigi), gran virtuoso della narrazione a tutto tondo permeata da acre ironia e che non rinuncia al pathos agganciando con controllato virtuosismo tematiche fondamentali (come quella della Shoah, ben enucleata nel suo riuscitissimo Train de Vie, sottile apologo poetico impregnato di umorismo yiddish, servito dall’ispirata colonna sonora di Goran Bregovic). Il suo ultimo film dall’essenziale ed emblematico titolo, Il Concerto, è stato accolto dagli entusiastici favori di pubblico e critica nell’ultima edizione del Festival di Roma, presentato fuori concorso. Anche noi siamo rimasti rapiti da questo sapiente esercizio di stile che inanella con nonchalance i cogenti nodi degli ambigui legami tra libertà individuale e regole del perverso gioco politico sorretto dal residuale ciarpame ideologico (che condiziona le possibilità creative dell’intelletto) qui rappresentato dalla più sublime tra le arti, la musica (quella esatta, impropriamente detta "classica") che funge da terapia psicoanalitica.
E’ uno dei più sublimi concerti per pianoforte e orchestra di Mozart a governare il sogno ad occhi aperti di Andreï Filipov prima che il brusco risveglio (mercé una voce) lo riconduca alla sua triste condizione di ex direttore d’orchestra del moscovita Teatro Bolshoi, rinomato e ossequiato ai tempi pre-glasnost del cupo regime di Brežnev e attualmente ossessionato dal rimpianto per la mancata esecuzione del "Concerto per violino e orchestra" di Cajkovskij, cassato trent’anni prima provocando il cruccio dei suoi orchestrali di origine ebraica al cui licenziamento egli si oppose, mettendosi fatalmente in cattiva luce. I tempi cupi allora imposero l’abbandono di tutti i purismi e di tutte le illusioni, relegando musicisti e intellettuali nei gulag brežneviani.
Al nostro antieroe (di marca gogoliana) non resta che subire l’onta di accedere al teatro, di cui era stato direttore, come addetto alle pulizie, e questo pur nella Russia purificata dalle influenze nefaste della dittatura. Continuare ad anelare l’armonia perduta è comunque, per lui, un dovere irrinunciabile. Ad interpretare i palpiti di questo "vaso di coccio tra vasi di ferro" (per citare il Manzoni) troviamo il formidabile Alexeï Guskov, cinquantenne mattatore in patria e da noi sconosciuto, dallo sguardo infiammato ben gestito a contrasto con le movenze patetiche del suo utopista, capace di donare vibrato e commovente vigore al suo antico e rimpianto status, sul podio, ad impugnare la bacchetta all’uopo e ad indossare il frac quando finalmente il suo sogno troverà compimento. Un destino che sembra avvinghiare pure i suoi parenti e conoscenti: la moglie ridotta a selezionare figuranti per nostalgiche manifestazioni di ex comunisti, altri impegnati a doppiare film porno e il suo migliore amico, Sacha Grossman (Dmitry Nazarov), divenuto conducente di autoambulanza.

La vicenda principale si dipana a partire dall’occasione, intravista da Andreï, quando intercetta un fax del Théâtre du Chatelet di Parigi che vorrebbe organizzare un concerto con l’attuale orchestra del Bolshoi per coprire il forfait della Filarmonica di Los Angeles. Sembra essere il riscatto atteso dopo tante umiliazioni, la possibilità di ricomporre l’orchestra con i suoi ormai ammaccati amici ebrei e gitani, per eseguire a Parigi il sospirato Cajkovskij. 55 esecutori da dirigere in un progetto (invero assai incerto) affidato all’abilità untuosa di un impresario che non è altri che l’implacabile burocrate a suo tempo chiamato a troncare la carriera di Andreï, mentre lo sponsor è un magnate del gas russo con la passione per il violoncello. L’armata Brancaleone dei musicanti è servita, per il viaggio, dai passaporti falsi debitamente preparati dagli zingari in aeroporto. Arrivata a destinazione, alla scalcinata congrega non resta che sopravvivere, ognuno per sé, praticando la sempiterna arte di arrangiarsi, chi suonando sulle vetture del metrò, chi spacciando cellulari cinesi o costoso caviale o anticaglie taroccate. Tutti questi risvolti, il film li sciorina con screziato gusto paradossale e con una leggiadria che rimanda a nobili esempi di umorismo cinematografico. Finché il racconto predispone il proprio sviluppo agrodolce, a partire dalla contrapposizione tra i derelitti in trasferta e il direttore gay dello Chatelet, Olivier Morne Duplessis (interpretato da François Berleand, impagabile come sempre), irritato e preoccupato per la bizzarra e disastrosa prospettiva dell’atteso concerto. E’ questo il contesto che vede Andreï fare i conti con il proprio passato, in occasione dell’incontro con la giovane, rinomata e avvenente violinista, da lui voluta come solista: Anne-Marie Jacquet (interpretata dalla splendida e ormai consolidata Mélanie Laurent, dotata di un aplomb rilucente e capace di esibire una recitazione asciutta e trattenuta anche quando deve lasciar trasparire le sfumature di un dolore che, grazie a lei, acquista uno spessore irresistibile). Degli sviluppi che la trama ci riserva non sveliamo nulla, limitandoci a segnalare, nel ruolo secondario ma fondamentale dell’agente di Anne-Marie, Guylène de La Rivière, una ben maturata Miou Miou.
All’esecuzione fatidica del concerto, benché privato delle giuste prove, si giunge non senza emozione. Ed è l’occasione per far coincidere gli opposti, alludendo a un impossibile intrecciarsi, nel giogo dell’armonia pur così rocambolescamente agguantata, di passato e presente, di bianco e nero e colore, d’immagini e musica. E’ il miracolo di un equilibrio stilistico che il regista gestisce con una esemplare messa in scena, concedendo molto ai toni spettacolari e con un crescendo emotivo che induce a un’irrefrenabile commozione, servito dalla colonna sonora originale, composta da Armand Amar (un cd da non perdere), che fonde armonie zigane e russe con la musica classica. Ed è geniale la virtuosistica trovata da filmmaker di ridurre il "Concerto per violino e orchestra" di Cajkovskij (da 22 minuti a 12) senza far avvertire i salti, e questo per merito di una perizia visuale impeccabile, da grande artigiano del cinema.
Favola sull’impostura e sulla forza inarrestabile del talento e della passione, in grado di superare barriere geografiche e politiche, sospeso tra farsa e realismo poetico, Il Concerto sembra realizzare quel magico accordo tra stile e idea, lo stesso che unisce, nello scenario di un ristorante, Andreï e Anne-Marie messi a confronto con un presente incapace di sganciarsi dal passato (sempre prossimo e incombente) della Storia.

© 2009 reVision, Francesco Puma