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The Company1h 52'
Regia: Robert Altman La frammentazione della storia in una serie incrociata di eventi personali che coinvolgono vari personaggi, è sempre stata la
prerogativa di Robert Altman; ogni tassello ha sempre concorso ad una visione d'insieme che inesorabilmente definiva un momento storico della società statunitense,
vizi e virtù di un sistema che si trovava a specchiarsi e confrontarsi entro singole vicende che invece di disperdere il discorso lo esplicavano con chiarezza sconcertante.Difficile ritrovare in The Company l'Altman di un tempo, la stessa tensione dinamica. Sarà perché The Company è un film alla Altman senza Altman, un lavoro proposto ad un regista che ha finito per citare se stesso per un progetto nato da un'idea dell'attrice ballerina Neve Campbell, vogliosa di fare un film sulla danza, la sua antica passione. Altman qui si rivela come il coreografo sig. A., ossia Alberto Antonelli (Malcom McDowell), disinteressato alle esigenze umane dei suoi ballerini considerati solo quali elementi indispensabili alla danza. Le vicende della compagnia protagonista di The Company (la Joffrey Ballet di Chicago), e la cui storia di Ry (Neve Campbell) ne è il filo conduttore, appaiono piatti freddi serviti tra un ballo e l'altro: il corpo che si tende nello sforzo, la fatica della danza ripresa e riprodotta come mera visione estetica, il godimento fine a se stesso dato da bellissime e impeccabili coreografie. I topoi classici della danza vissuta come sacrificio compensato dalla mitica serata della prima, della ballerina che riesce ad
avere il ruolo da protagonista grazie all'incidente della titolare (che qui perde l'occasione per lo stesso motivo, come in una legge del contrappasso), del tradimento
amoroso compiuto all'interno del piccolo universo della compagnia, sono tutte tracce ben sfruttate dal cinema ove si tratti di mettere in scena una compagnia di ballo.
Qui Altman ha tentato di proporre in modo originale stereotipi già ampiamente assimilati non riuscendo però a liberare il vero protagonista del film, ossia il linguaggio
della danza, dagli orpelli in cui è imprigionato, tornando laddove il discorso è partito, tradendone le prerogative.Quell'insieme ottenuto per frammenti avrebbe avuto bisogno della libertà creativa dell'atto apparentemente improvvisato, del guizzo sferzante di un'ironia sempre vigile, del contrasto ilare e drammatico che apre ad una riflessione immediata e inaspettata, di quel caos in cui irrompe l'ordine di una direzione forte e decisa, ossia di Altman, pena perdersi in una destrutturazione mancante del passaggio successivo, il collante che riunisce, che sostiene la colonna portante, la principale traccia narrativa. Ma se ad Altman manca Altman tutto questo non è possibile e il congegno rimane in attesa di essere compiuto, o ancor più drammaticamente, si autodistrugge. © 2004 reVision, Emanuela Liverani |
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