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Compagnie PericoloseKnockaround Guys - 1h 28'
Regia: Brian Koppelman e David Levien C'è un dramma terribile nell'appartenenza a una famiglia mafiosa, che segna in modo ineluttabile la sorte di ogni componente. Il predestinato,
che deve rinunciare ad autonome scelte, subisce la sua condizione fino in fondo. O diventa presto un gangster dopo la consueta iniziazione da bambino o, in caso di insuccesso,
rimarrà dietro le quinte, in secondo piano con lavoretti facili facili da fattorino. Matty Demaret ha fallito la prova rituale non sparando al tale che aveva tradito il
padre Benny "Chains" (Dennis Hopper) facendolo arrestare; adesso che è un giovane adulto Matty vuole una vita pulita ma non può liberarsi del cognome ingombrante, ancorché
sia difficile credere, secondo quanto suggerisce il copione del film, che Demaret non riesca a farsi assumere da nessuna azienda a causa della temibile fama. Sembra davvero
improbabile che tutti lo conoscano a New York, lui che viene da Brooklyn, poteva benissimo lasciare la città, gli Stati Uniti sono abbastanza grandi per restare anonimi
e rifarsi una vita magari con una carta di identità impeccabile fornita da papà. La superficialità dello script è in effetti il peccato più grave di Compagnie Pericolose.
Brian Koppelman e David Levien, già sceneggiatori di Rounders e registi al debutto, appaiono incerti se premere l'acceleratore sulla falsariga del pulp tarantiniano - sembra irrilevante la presenza del produttore di Le Iene e Pulp Fiction, Lawrence Bender - o immergersi nella drammaturgia da clan mafioso, da Il Padrino di Francis Ford Coppola a Fratelli di Abel Ferrara, con gli scontri tra familiari, i tradimenti, le menzogne e tutto il resto. Se l'intento di Compagnie Pericolose è anche esprimere quel cambiamento radicale tra le generazioni di mafiosi, i conflitti tra padre e figlio, il risultato è approssimativo per quella dimensione di leggerezza (il pulp appunto) che rende il racconto fruibile solo a livello di intrattenimento. In questa atmosfera più farsesca che mitologica (mitologie della criminalità, ma anche autentici drammi come quelli scorsesiani) i personaggi sono più vicini a macchiette, spesso unidimensionali, e non si può fare a meno di seguire questo percorso di lettura, sorridendo a stento di fronte alla maschera di Demaret, che sarebbe più appropriata, per il sinistro pallore, in un film di vampiri, o alla performance muscolare di Vin Diesel che ci riporta ai culturisti Stallone e Schwarzeneger, con tanto di battute fulminanti, perle di saggezza, che stavano bene in bocca nei western classici, con John Wayne forse, ma oggi tutto questo è quasi ridicolo. © 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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