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Collateral

1h 59'

Regia: Michael Mann



Michael Mann è indubbiamente un uomo intelligente, un regista dalla grande sapienza tecnica e che sa come si racconta una storia, per quanto banale, scontata e implausibile questa possa essere. L’ha dimostrato più volte in passato, ma, checché ne dicano i suoi molti estimatori, non ha mai sfiorato le vette del genio. Non c’è alcun dubbio però che, come a un suo illustre concittadino, William Friedkin (sono entrambi nati a Chicago ed entrambi si sono formati con la tv), il genere poliziesco è quello che riesce meglio. Aspettavamo Collateral con una certa impazienza dopo gli entusiasmi della critica a Venezia, e siamo rimasti forse inevitabilmente delusi. La delusione non è però venuta da Mann, che abbiamo trovato in gran forma, ma da una sceneggiatura che inficia qualsiasi possibilità di riuscita del film. L’intenzione di Stuart Beattie sembra quella di costruire una versione noir di Tutto in una Notte di John Landis, di mostrarci una Los Angeles inedita dal punto di vista di un personaggio che conosce bene le strade ma forse non vive abbastanza la città. La struttura è quella, tipica, di due personaggi agli antipodi, che si trovano a dover convivere in uno spazio ristretto: in questo caso quello di un taxi. Vivendo a stretto contatto di pelle, i due si contaminano a vicenda, finiscono quasi per scambiarsi i ruoli, in una variante urbana e meno cruenta di The Hitcher. Un tassista nero frustrato e sfigato prende a bordo il cliente che può svoltargli la nottata. Come una puttana, accetta di vendersi per tutta la notte, sedotto anche dal fascino del cliente che sembra un distinto uomo d’affari. In realtà si tratta di un killer su commissione che ha come modus operandi la scelta di tassisti per farsi portare sul luogo dei suoi contratti. Premessa narrativa che dovrebbe già far capire quanto conti in questo film la suspension of disbelief: se crediamo a una cosa del genere, insomma, dovremmo credere anche a tutto il resto.

Lo stile scelto da Mann è realistico, camera a mano, sempre nel vivo dell’azione, ma è applicato al film sbagliato. Jamie Foxx e Tom Cruise duettano con grande bravura e per un po’ riusciamo a star dietro alle loro schermaglie, a simpatizzare con l’uno e a cercare di capire l’altro. Almeno fino a metà. Poi, la storia prende strade decisamente illogiche, il realismo va a farsi definitivamente benedire e il film crolla su se stesso e sulle sue ambizioni nel finale che rifà in parte il verso a Il Braccio Violento della Legge e vede in scena la classica damigella in pericolo con l’uomo che si trasforma in superman per salvarla, nonostante lei sembri poco ricettiva ai suoi suggerimenti. Già, perché la storia a due è in realtà una storia a tre, con un personaggio strategico che compare all’inizio del film e tornerà alla fine. Perché in fondo a far incontrare Vincent, l’uomo in grigio, e Max, il tassista aspirante manager di limousine non è il caso. Il caso non esiste, a Hollywood, è il destino, come in ogni brava soap-opera o serie tv che si rispetti, a far convergere in spazi limitati tutti i protagonisti, attirati da una calamita invisibile su un set che è il fulcro del loro mondo. Nel film Mann riesce a immettere il suo amore per Los Angeles, incomprensibile per i non residenti, e il suo contraddittorio status di cineasta televisivo, produttore e uomo passionale che non ha mai trovato il suo progetto dei sogni. Noi lo ammiriamo e lo rispettiamo, e troviamo che grazie a lui Collateral sia un film con momenti di grande cinema, invece del disastro che avrebbe potuto essere, partendo dalla stessa sceneggiatura, in altre mani.

© 2004 reVision, Daniela Catelli