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La Colazione Dei CampioniBreakfast Of Champions - 1h 53' E' un fenomeno curioso: ci sono romanzi che attraggono registi e produttori malgrado (o forse proprio per) la loro infilmabilità.
Ci tenta da anni Coppola con "On The Road" di Keruac. Ci sono riusciti Cronenberg (recidivo e geniale, è riuscito a trasformare
in cinema "Il Pasto Nudo" di Bourroghs e "Crash" di Ballard), Gilliam (il recente e sconvolto Paura E Delirio A Las Vegas,
tratto da Hunter Thompson) e Gus Van Sant con "Cowgirls", solo per citarne alcuni.Trarre un film da Kurt Vonnegut, l'autore di "Macello n. 5" e "Comica Finale", è davvero impresa improba: i suoi racconti sono deliranti e visionari, grotteschi e strampalati. Il regista Alan Rudolph deve averci pensato bene, prima di provare a filmare La Colazione Dei Campioni, film fortemente voluto da Bruce Willis, cui tocca la parte del protagonista Dwayne Hoover, popolare venditore d'auto con riporto, moglie ipnotizzata dalla tv, figlio e dipendenti dall'incerta sessualità, ricorrenti propositi suicidi e crisi d'indentità perennemente in corso. Rudolph, anche sceneggiatore del film, azzecca alcune delle scelte che, se sbagliate, rischiavano di trasformare La Colazione Dei Campioni in spazzatura. Adotta una buona fotografia, giocata su tagli laterali e leggere sovraesposizioni che rendono il contorno delle cose mutevole, incerto, instabile, proprio come la topografia del reale e l'evolversi delle psicologie in Vonnegut. In questa luce apparentemente realistica ma minuziosamente costruita ed ingannevole, come quasi tutto nel film, dagli ossessivi spot televisivi di Hoover ai cartelloni con il suo volto dal sorriso cristallizzato, Rudolph indovina anche le movenze isteriche e le mimiche esasperate dei propri attori (Nick Nolte sembra a tratti il Pippo sballato di Pazienza), le musiche stranianti, gli effetti sonori (gli ululati fuori campo che aprono e chiudono il film, i rumori corporei che accompagnano il primo tentativo di suicidio di Hoover). Quello che ne esce è difficile da definire se non paragonandolo ad altro: è una specie di curioso incrocio tra l'umorismo dei Simpson e Paura e Delirio a Las Vegas, tra l'isteria e l'insensatezza di alcuni personaggi di Lynch e le immagini stilizzate del cinema di fantascienza degli anni cinquanta, tra il kitch (paradossalmente molto più di Arizona Dream) e le visioni colorate di Il Grande Lebowski. Detto questo, registrata la stranezza del film, resta alla fine della proiezione uno strano senso di frustrazione, lo stesso
che, per qualche verso, accompagna l'ultimo lungometraggio di Gilliam. Resta l'impressione che tutto ciò che il film dice del
tremendo incubo nascosto nel sogno americano, dell'impoverimento umano della civiltà televisiva dei consumi, in fondo lo sapevamo
già. Il fatto di dircelo con alcune trovate visivamente divertenti, riuscendo a filmare con una certa inventiva un romanzo
piuttosto difficile da portare sullo schermo, sembra non sia sufficiente ad appagare appieno lo spettatore.
Dal punto di vista produttivo, è confortante che un film così sia riuscito a nascere. Per il cinefilo o l'appassionato di regia,
la visione è curiosa e stimolante. Il cultore di Vonnegut ritroverà molte delle ossessioni e parte della genialità dello scrittore.
Ma allo spettatore comune, anche colto, su tutto rimarrà probabilmente la sensazione che le sedute di pubblica psicanalisi
degli americani sono diventate un po' noiose. Ci vanno ancora bene in una ventina di minuti dei Simpson, ma pagarle il prezzo
di un biglietto di cinema è un'esagerazione.
© 1999 reVision, Fabrizio Bozzetti |
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