![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
Mio Cognato1h 30'
Regia: Alessandro Piva Torna sul grande schermo l'ennesima traduzione de "La strana coppia", impegnata, stavolta, in una vicenda surreale e rigorosamente
"fuori orario" che la porterà, come nella tradizione dell'archetipo, a raggiungere un complicato e traballante equilibrio fatto di forzosi compromessi e ostilità repressa.Alessandro Piva, regista di buon talento, qui sicuramente sotto tono, con Mio Cognato, presentato al 56° Festival Internazionale del Film di Locarno, secondo lungometraggio dopo LaCapaGira (David di Donatello, Nastro d'Argento e Ciak d'Oro per la migliore regia esordiente nel 2000), torna a parlarci di Bari e del suo sottosuolo di personaggi malavitosi. Il regista pugliese racconta la vicenda di Toni Catapano (Sergio Rubini) e Vito Quaranta (Luigi Lo Cascio), alle prese con il furto di un'auto e con una notte di rocambolesche ricerche per le strade di un Sud oscuro e nascosto: quartieri insidiosi, umanità varia e pericolosa, individui che si muovono tra illegalità e periferia. Punto di partenza una festa di famiglia, il battesimo del figlio di Toni, detto il Professore. La stizza dello zio Vito per non essere stato scelto come padrino diventa rabbia e si vena di frustrazione quando l'uomo scopre che l'auto gli è stata rubata durante la cerimonia ed al suo posto campeggia un lucido, irridente, metaforico limone. I due cognati, allora, si mettono a bordo della fiammante macchina rossa di Toni che, per tutta la notte, attraversa le vie della città, in una ricerca che sembra vana ma che ha il pregio di portare i due uomini a conoscersi meglio. Il dialetto è la marca distintiva del rapporto tra i protagonisti: la bocca di Toni è sempre impastata di forme dialettali e modi di dire; Vito, invece, parla un italiano pulito, e, spesso, proprio per questo, viene scambiato per un turista, per uno che, nel viaggio ai confini della legge in cui viene coinvolto, è semplice spettatore di un film mai visto prima. La parte più divertente della pellicola è il processo fluido attraverso cui le due posizioni pian piano tendono all'amalgama. Vito verrà sempre più trascinato verso il mondo di Toni,
scoprendo le sue abitudini e i suoi vizi e finirà per apprezzare e invidiare, come un bambino desideroso di emulare un modello, il piccolo malavitoso che la sorte gli ha designato come parente.
Toni-Rubini, assicuratore furbo e maneggione dalla retorica facile, veste la sua dubbia moralità con la stessa disinvoltura con cui indossa l'abito color banana che ostenta per tutto il film.
Lo Cascio, meravigliosamente in parte, è un uomo pacifico ed educato, cittadino modello trattato con la diffidenza dello straniero nel suo stesso paese, obbligato dalle circostanze ad
affidarsi al fin troppo colorito cognato.Il film si presenta come un road movie notturno impazzito che finisce col girare su una vicenda intima che avrebbe, forse, l'ambizione di elevarsi ad affresco sui vizi di un intero Paese. Efficace nel ritratto di un piccolo mondo risparmiato dai codici linguistici, comportamentali e di legge, la pellicola scivola, purtroppo, nello scontato quando si impone di indagare i rapporti fra i personaggi o si concede a siparietti di sin troppo facile orrore e disgusto. In questo girone metropolitano Rubini e Lo Cascio si muovono con grande padronanza, entrambi capaci di passare senza soluzione di continuità dal ruolo del ragazzo della porta accanto a quello del faccendiere o del malavitoso senza scrupoli. Molto buona per le interpretazioni, l'opera paga tuttavia il prezzo di un ritmo narrativo che, accarezzando con indolenza la storia, impedisce che questa decolli verso la vivacità che le manca. Lo sfogo finale è ovvio e disperde quanto di buono fatto in precedenza, facendo proprie le implicazioni etiche, morali e civili tipiche di chi si propone di rinnovare i fasti della commedia all'italiana - specchio della realtà. Il primo film da produttore per Giovanni Veronesi, secondo lungometraggio per Alessandro Piva, non lascia, dunque, il segno per non aver voluto osare di più, e rimane a metà strada fra la voglia di fedeltà a una storia, propagandata come vera, e le ben più alte ambizioni perseguite tra le righe. © 2003 reVision, Elisa Schianchi |
|