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Clean1h 50'
Regia: Olivier Assayas In Clean la pulizia assoluta dello sguardo, la nitida
precisione di una macchina da presa che seziona, taglia lo spazio indicibile d’alcune
esistenze, elaborano passioni penetranti, dalle parti del più fiammeggiante
melodramma. Vicino anche alla perdizione di Blake/Cobain (ri)vista da Van Sant
con Last Days; rockstar punto di riferimento per un’idea di erranza, di
travalicamento rischioso, ma necessario, della quotidianità. Dall’abisso alla
possibile rinascita, da qui il titolo, "clean" cioè "pulito", che fa
riferimento alla possibilità per Emily di redimersi, ripulirsi, voltare pagina,
(ri)avvicinarsi al figlio dopo la lotta con l’ambigua dipendenza che è ombra e
anche luce, morte e vita. La lucidità del cinema di Assayas consiste nel furore
affettivo delle sequenze che sono sempre costruite con materiale incandescente
e imprescindibile, che occorre percepire con assoluta disponibilità, senzadistrazioni. La macchina da presa segue con piena ossessione i corpi, per
rivelarne sentimenti dolorosi, fortissimi, collegati sempre alla cruda realtà
dei fatti vissuti. Maggie Cheung è un’icona misteriosa e significante, che non
ha bisogno di pronunciare parole, perché subito presenza flagrante; basti
pensare al precedente vampiro Irma Vep o all’interpretazione diretta da
Wong Kar wai in In the Mood for Love. Assayas modula le note di un
melodramma contemporaneo, ma che ha salde radici nella tradizione
cinematografica e letteraria francese, da Flaubert a Carax: la crisi
dell’individuo e la fuga verso l’anarchia, contro la civiltà, le istituzioni
che opprimono sensibilità e libertà della persona.
Assayas è sensibile alla combinazione stimolante, contro
l’accompagnamento musicale, tra immagini e suoni, laddove l’atmosfera lunare
delle musiche di Brian Eno non accompagna i percorsi di personaggi disperati, perché
il minimalismo melodico di Eno crea una dimensione di straniamento dai fatti
rappresentati. Il film è attraversato da continue sovraesposizioni di dolori ed
affanni, là dove la crudeltà di un montaggio scova sempre il punto più
terrificante del dolore, lo blocca in sequenze conturbanti, dove la prolungata
tenitura dell’espressione ha l’effetto di un’esplosiva ridondanza, e l’efficace
messa in scena ottiene il massimo con opportune scelte stilistiche. Come la
morte del figlio annunciata alla madre che scappa disperata in giardino,
ripresa soltanto dall’alto in plongée e a una certa distanza dai personaggi. E
Nick Nolte che parla senza mezzi termini della morte della moglie malata, la
disperata lucidità del dolore, ma anche di quella propria che è percepita
vicina per ragioni anagrafiche e per ovvie responsabilità verso il piccolo
nipote. La corsa di Emily verso il figlio è filmata come una corsa senza
possibilità di fermarsi, riprendere fiato, di recuperare il tempo perduto.
Tanto che l’ennesima fuga, dettata da pessimismo e sconforto, si arresta, per
ritornare indietro, spinta solo dall’ostinazione della speranza. Come se la
vita risucchiasse in pochi attimi, eventi piccoli ma decisivi per una storia
completa, un’intera esistenza, tutte le possibilità di un decoroso futuro, o
solo la consolazione alla fine (della vita) di aver agito bene, secondo
coscienza. Emily correrà verso la vita, lo ha sempre fatto, ma rendendosi conto
che ogni attimo è perduto. Per questo il ripensamento dell’epilogo è il movimento
visivo interrotto del corpo di Cheung e il movimento che riprende verso
un’altra più felice (forse) direzione.
© 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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