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Alle Cinque Della SeraPanj É Asr - 1h 45'
Regia: Samira MakhmalbafL'unico a non avere ancora un cuore di pietra era il buddha di Bamiyan. Dall'alto della sua grandezza si è sentito umiliato dall'ampiezza della tragedia ed è crollato.
(...) Nessuno ha visto questa nazione morente additata dal buddha. Crediamo di vedere quello che ci comunicano i media ma in realtà ciò che vediamo sono solo i media.
L'ignoranza dei talebani e del loro fondamentalismo non sono certo più profondi dell'ignoranza del mondo di fronte al destino allarmante di una nazione come l'Afghanistan Fino al 2001 pochi conoscevano l'Afghanistan e chi ne aveva sentito parlare lo confondeva con la patria dei talebani. Un Paese per
il 75% montagnoso, diviso in tribù isolate dall'assenza di vie di comunicazione, povero come nemmeno le immagini di povertà che conosciamo possono spiegarlo, era caduto
in mano a degli studenti pakistani, perché l'Afghanistan non è mai stato un Paese d'afghani. L'ignoranza del suo popolo chiuso, legato a leggi ancestrali dove l'unico
segno di modernità e di comunicazione con l'esterno era (è) la coltivazione del papavero da oppio, era un humus adatto per giovani integralisti allevati nelle scuole
coraniche di una nazione confinante da sempre interessata a questa terra di nessuno. Oggi crediamo di sapere molto di più dell'Afghanistan, lo crediamo perché il mondo
occidentale l'ha "liberato", le sue jeep ne percorrono le poche dissestate strade, le donne non indossano più (siamo sicuri?) il burqa, la musica si ascolta dalle radio,
insomma la civiltà è giunta a salvare il Paese dell'oblio.
Samira Makhmalbaf ci racconta quello che crediamo di sapere, registra in profondità le contraddizioni di una terra ferita a morte, lo fa come il padre le ha insegnato, come è d'obbligo per una delle più famose famiglie del cinema mondiale: osservare la realtà per riprodurla trasfigurandola in sguardi metaforici, stralci di piccole ed essenziali poesie come quelle del vecchio poeta del film, che partendo da una poesia di Lorca, "Alle cinque della sera" dedicata ad un matador, se ne appropria per dedicarla ad una mucca. Il sottile equilibrio tra realtà (i dialoghi, i gesti, l'ambiente) e una libertà autoriale espressa per sintesi visionarie, creano una dolce e utile effrazione tra la presunta spontanietà di attori non professionisti e la rigida impostazione delle inquadrature di Samira entro cui gli interpreti sono guidati. La storia è un confronto tra un padre anziano e la giovane Noqreh divisa tra la preghiera e il burqa imposti dal padre, ed una scuola laica e il volto scoperto; una donna proiettata verso un sogno che ormai sembra possibile, diventare presidente dell'Afghanistan, vertice di un'aspirazione ora espressa per piccoli frammentati di libertà. Il vecchio e il nuovo qui rappresentato per netti confini altrove labili; gli anziani e i giovani di una grande città, più di qualsiasi altro luogo passibile di influenze di un passato mai conosciuto e di un presente vissuto confusamente. In Noqreh l'emancipazione è entrata dentro di sé come necessità,
ed è donna per troppo tempo umiliata, uccisa, privata di se stessa. Ma il cambiamento è superficiale, poiché per contrastare millenni di abitudini di povera gente lasciata
a coltivare la sua ignoranza, ci vuole ben altro. Gli uomini si voltano verso il muro pronunciando una sommessa e terrorizzata litania salvifica, quando incontrano donne
senza velo. Come convincere questi uomini di non meritare l'inferno per così poco? La stessa regista ha lottato non poco per convincere le donne afghane a recitare, ad
apparire. Le scarpe bianche di Noqreh appaiono in ogni fuga da quel mondo, ad ogni passaggio di affrancamento, un riscatto che ricorda le donne di Viaggio
a Kandahar del padre Mohsen mentre si truccano sotto il burqa in attesa di essere "svelate". Se Noqreh può indossare quelle scarpe e scoprirsi lo si deve ad un evento
tra i più tragici, la guerra, e a quegli occidentali che attraversano una Kabul sconosciuta, ennesimo ospite non desiderato, ma stavolta l'humus è meno profondo, presente
in rare parti di terreno poco coltivato.Mancare di riflettere su tutto questo significa non comprendere i modi di realizzazione di Alle Cinque Della Sera, quella visibilità dell'atto registico tra le maglie di una realtà spesso riprodotta per secche geometrie, quei campi lunghi in cui le persone si muovono diffidenti, quello sguardo in cui gli oggetti e gli interpreti divengono mezzo per un insieme di grande impatto visivo. Le macerie di Kabul, la folla di disperati molti dei quali ex esuli rientrati dai confini pakistani, concorrono ad un'analisi che tenti di cancellare la visione massmediologica a cui siamo ormai abituati. Comprendere non significa vedere la nuda realtà, non basta se ciò che vediamo ci è sconosciuto, riportato secondo tipologie. Se vedere quegli uomini voltarsi verso il muro ci ha semplicemente disgustato, allora ci siamo limitati a guardare, perché ritengo che Samira Makhmalbaf sia stata molto chiara essendo talmente alto il punto raggiunto dal suo film da non lasciare dubbi circa la nostra eventuale distrazione. Nonostante il cinema afghano abbia avuto vita breve, sommerso dall'importazione di film indiani (tanto che recitare qui è sinonimo di danzare), attendiamo che un regista afghano (tagiko, hazara, pashtun) si racconti. © 2003 reVision, Emanuela Liverani |
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