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I Cinque SensiThe Five Senses - 1h 44'
Regia: Jeremy Podeswa Olfatto: un bisessuale maniaco della pulizia colleziona profumi, e scopre un’essenza che secondo lui è il vero odore dell’amore.
Tatto: una massaggiatrice tenta inutilmente di recuperare il contatto con sua figlia, taciturna e sfuggente. Vista: la figlia ama spiare le coppiette che
amoreggiano nel parco, curiosità che è in realtà una sublimazione della sua omosessualità latente. Gusto: una giovane "stilista del cibo" decora torte bellissime
ma senza sapore, così come insipida è la sua incapacità di abbandonarsi agli affetti, di "mordere" la vita. Udito: un oculista scopre di diventare sordo, e decide
di riascoltare per l’ultima volta i suoni che più ha amato: la voce della figlia al telefono, un coro di chiesa, la pioggia sulla strada, i battiti del cuore di
una donna...
Ad eccezione della vista (ogni immagine, volente o nolente, è sempre la traccia di uno sguardo), sono pochissimi i film esplicitamente dedicati ad un senso. Per il tatto si può ricordare una delicata operina come La Gentilezza Del Tocco di Francesco Calogero. Uno stupendo saggio strutturalista (mascherato da thriller) sull’udito è Blow Out di Brian De Palma. Per l’olfatto viene in mente Polyester di John Waters, primo film in "odorama" (agli spettatori venivano consegnati dei talloncini "gratta e annusa" che emanavano orripilanti fetori); o anche, sul versante virtuale, il film che Kubrick avrebbe voluto trarre dal romanzo Profumo di Patrick Süskind. Per il gusto, tutti i film dedicati al cibo e alle sue deviazioni: da La Grande Abbuffata a Il Pranzo Di Babette, fino a Il Cuoco, Il Ladro, Sua Moglie e L’Amante. I Cinque Sensi resta però lontanissimo da questi titoli, e i suoi micro-intrecci persi in una casuale, trasognata intersezione rimandano piuttosto a quell’ironico collezionista di exempla narrativi che è stato Kieslowsky. Podeswa immerge abilmente le sue cinque pedine in una scacchiera pienamente realistica, tra echi e simmetrie sin troppo appariscenti; ma da tale gioco astratto
non scaturisce quasi mai quel "sesto senso" che elevi ogni mossa di sceneggiatura allo scacco matto del cinema puro. Anche Kieslowsky impiantava i suoi teoremi
dentro concrete ambientazioni urbane, precisando nazionalità, occupazione e ideologia di ogni personaggio; ma poi affiorava sempre un "di più", una presenza
disturbante, un’epifania che declinava ogni verismo sociale e ogni astrazione fredda verso un’inquietante metafisica: la testa per parrucche di Film Bianco,
la vespa che si arrampica sulla cannuccia in Decalogo 2, lo sguardo tra le due Irene Jacob in La Doppia Vita Di Veronica... I personaggi di Podeswa,
invece, restano troppo compromessi nella realtà per concedere spazio a quelle "sospensioni" alle quali peraltro le loro vicende tenderebbero naturalmente. È dunque
un cinema che, per quanto interessante e gradevole, sceglie di volare basso: un minimalismo incantato simile al Winterbottom di Wonderland;
e forse non a caso, punto d’unione tra i due film è la dolcissima Molly Parker, con due personaggi (moglie incinta e madre apprensiva) che sembrerebbero quasi
due facce della stessa donna. Troppo reale per poter essere qualcos’altro.
© 2000 reVision, Dante Albanesi |
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