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C'Era Un Cinese In Coma1h 48'
Regia: Carlo Verdone Ricorda (nell'intreccio) il Broadway Danny Rose di Allen, la diciassettesima regia di Carlo Verdone; da quello scalognato agente
teatrale, scopritore di talenti che al primo avviso di gloria tagliavano la corda, il protagonista di C'Era Un Cinese In Coma riprende infatti tanto il mestiere
quanto la cattiva sorte. Come Danny Rose, Ercole Preziosi (interpretato proprio da Verdone) abita i piani bassi dello spettacolo; nel suo ufficio bazzicano maghi a corto di
trucchi, ragazzette con pochi scrupoli, comici senz'arte. Quando il suo factotum Nicola (Beppe Fiorello) si trasforma in una star e le cose sembrano andare per il meglio,
Ercole si scopre improvvisamente tradito. Tutte qui le similitudini col film di Woody Allen, che a sua volta si rifaceva ad un canovaccio della commedia tradizionale; sul
tessuto narrativo così delineato, Verdone imposta il consueto lavoro sul personaggio, spinto meticolosamente ad includerne la camminata, gli accenti e i tic verbali, i gesti,
il vestiario. Ercole ha qualcosa del Fuxas del film con Asia Argento, in questa sua visione disincantata da vecchia volpe dello spettacolo, con corredo di aneddoti inattendibili
(la stretta di mano del principe Ranieri a Montecarlo); ma si capisce che, con una carriera ventennale, a Verdone riesca più facile guardare indietro, alle tante maschere
indossate, piuttosto che avanti, a quelle da inventare. Sul breve, al suo talento comico riescono acrobazie degne di nota: il prologo, per esempio, è gustoso, con la scena
dello sgangherato concorso di bellezza (e una bella battuta su Latina, di quelle che vanno per la maggiore nella Capitale). C'è da dire che il film è tutto incentrato sul rapporto tra Ercole e Nicola, e sebbene vi sia il tentativo di creare una realtà più complessa (con le rispettive vite familiari o sentimentali), ogni elemento "esterno" è subordinato alla scelta narrativa dell'amicizia virile. Il duo, però, non fa scintille: bisogna ricordare che Verdone ha diviso la scena prevalentemente con partner femminili, da Eleonora Giorgi a Ornella Muti, da Margherita Buy a Claudia Gerini, mentre le situazioni analoghe al film in questione si contano sulle dita di una mano (I Due Carabinieri, Stasera A Casa Di Alice e poco altro). Le situazioni si ripetono, con il difetto che la prima scena della serie dice già tutto (per il disamore dei familiari, basta il
primo ritorno a casa; per la dimensione professionale, è sufficiente assistere alla prima "audizione"). Poche le soluzioni di regia non dico apprezzabili, ma "visibili": nel
momento in cui Ercole decide di affidarsi all'esordiente assoluto Nicola per salvare uno show in pericolo, la macchina da presa allarga dal primissimo piano di Verdone fino al
campo medio, ad includere Fiorello; più avanti il regista si sforza di costruire una "sequenza a episodi" per sintetizzare l'ascesa irresistibile di Nicola; quindi si fa notare
l'ultima inquadratura, che risulta un commiato allusivo, ben congegnato nell'isolamento del finale e altrettanto bene agganciata al filo conduttore del film, la barzelletta
del cinese in coma. (E questa solitudine è del personaggio-persona, abbandonato da tutti pure se riconciliato con se stesso, e insieme solitudine del personaggio-funzione,
perché ha compiuto quanto era nelle intenzioni dell'autore, e non a caso questa è l'unica figura di "interpellazione" che è in uso nel film - ed è, se vogliamo, la solitudine
dello stop-frame che chiude, un fotogramma cui in ogni caso non ne seguiranno altri e che dunque rimarrà solo per sempre, nella proiezione del film sullo schermo e nella "fisicità"
della pellicola... in effetti poi la barzelletta del cinese, sempliciotta e non particolarmente spassosa, porta sulle sue spalle esili la responsabilità del titolo di un film
che finisce per assomigliarle... ancora una digressione: la storiella viene raccontata da Nicola a Ercole nella prima parte del film, ma non viene terminata; diventa intertesto
quando Nicola la inserisce nello spettacolo teatrale - senza raccontarla - e infine chiude la vicenda nel momento in cui il personaggio si spoglia dei panni di scena, si dispone
frontalmente allo spettatore, rivelandosi; dunque: inizio del film-inizio della barzelletta, fine del film-fine della barzelletta... per sintetizzare, diciamo che la barzelletta
si identifica con la "frase ermeneutica" del film, in quanto percorso che conduce lo spettatore dalla presentazione dell'enigma alla sua soluzione... mentre dal punto di vista
metalinguistico, c'è dell'altro: C'Era Un Cinese In Coma è una piccola storia, ci dice Verdone, abbiate la pazienza di vederla/ascoltarla tutta, e di non giudicarla in
fretta e furia, di consumarla come fate sempre col mio cinema).
Dovendo decidere, in ultima analisi, che fare (che dire) di C'Era Un Cinese In Coma, sarebbe necessaria una scelta di campo, a livello teorico: decidere cioè se esiste
un cinema-Verdone, contenitore entro il quale collocare l'episodio in questione, trattandolo appunto alla stregua del capitolo di una "commedia umana"; oppure, senza voler
costruire l'Autore, prendere il film come un testo singolare ed autonomo. Secondo la prima ipotesi, C'Era Un Cinese In Coma non è nient'altro che un Verdone "minore",
che probabilmente aggiunge all'opera completa qualche invenzione non trascurabile (e rappresenta comunque un documento da registrare agli atti). In accordo con la seconda ipotesi,
invece, si dovrebbe dire che il film è poca cosa, nient'altro che una rassegna di numeri comici da meta-televisione, quasi un instant-movie dei Vanzina (ed in effetti tutto fila
liscio come in un Vacanze Di Natale). Ci intratteniamo (piacevolmente, invero) da troppo tempo, però, con i personaggi di Carlo Verdone per usargli la scortesia di un
giudizio tagliato con l'accetta; certo che se l'inquadratura finale di C'Era Un Cinese In Coma, con l'uscita di scena del personaggio-Verdone dal film, stesse a significare
una equivalente disponibilità a farsi da parte come attore per tentare la sola esperienza di regia, la prova di coraggio ci troverebbe concordi. E curiosi.
© 2000 reVision, Luca Bandirali
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