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Cinderella Man2h 24'
Regia: Ron Howard L'America era in ginocchio per la Grande Depressione e il giovane James J. Braddock era già andato più volte al tappeto. Pugile
dal sangue irlandese, lo sguardo triste e il pugno forte, nel 1929 aveva molti incontri alle spalle e, raccontano i suoi biografi, un conto in banca di circa 300.000 dollari.
Anche lui perse tutto, come tanti altri, con l'arrivo improvviso della crisi, e dovette ricominciare da capo. Ma non gli bastò non arrendersi perché, a partire dall'incontro
con Tommy Loughran, per il titolo dei massimi leggeri, iniziò a perdere e così continuò fino alla frattura della mano destra contro Joe Monte "testa di ferro" e alla frantumazione
dell'osso per un "diretto" contro la mascella del ventenne Abe Feldman. A questo punto fu, dunque, costretto ad abbandonare lo sport per un impiego come scaricatore di giorno
e stivatore di sera, a 4 dollari al giorno e, dopo appena 6 mesi, nessuno ricordava più il suo nome. Pieno di debiti, era finito a vivere con la moglie e tre bambini in uno
scantinato, nella stessa tragica situazione dei 15 milioni di disoccupati americani, stremati e a caccia di umili impieghi. Le case senza elettricità né riscaldamento né
gas erano centinaia di migliaia e anche i più orgogliosi erano costretti all'elemosina. Tra questi la stessa famiglia Braddock, piegata a chiedere la tessera assistenziale
in cambio di 24 dollari al mese. Cinque anni dopo, toccato il fondo, avvenne il miracolo. Un manager tenace (lo straordinario Paul Giamatti) e il suo fisico possente consentirono
a Braddock di rimettersi in forma.
Nello scetticismo generale, fu organizzato un ritorno sul ring. E Braddock riuscì incredibilmente a risalire la china per arrivare, il 13 maggio del 1935, a sfidare Max Baer per il titolo mondiale nel leggendario Madison Square Garden. Fu lui a vincere, con uno sprint all'ottavo round che ribaltò i pronostici che lo davano per sconfitto 10 a 1. E ci vollero tre anni perché qualcuno gli strappasse quel titolo guadagnato con sangue, umiltà e determinazione. Si narra che durante l'incontro decisivo l'intera città si fosse raccolta in preghiera e tutte le radio fossero sintonizzate sull'avvincente cronaca sportiva, mentre il pubblico del "Madison" si schierava dalla parte di quell'uomo che rappresentava l'America stessa, di quell'onesto padre di famiglia che era stato capace di restituire i soldi del sussidio quando i trionfi sul ring gli avevano portato qualche dollaro nelle tasche. Fu così che quel pugile che sembrava tornato dall'aldilà diventò il popolarissimo Cinderella man, il Cenerentolo, come l'aveva soprannominato lo scrittore Damon Runyon. Un simbolo
per tutti che, anche se umiliato e offeso dal destino, era riuscito a tornare alla gloria. Persino il presidente Roosevelt, commosso, gli mandò un telegramma di congratulazioni.Dalla storia vera al grande schermo il passo è stato breve e il regista Ron Howard, professionista di sicuro mestiere, confeziona un film che ha avuto buona, ma non ottima, accoglienza di critica e pubblico e che i produttori sperano di rilanciare grazie al probabile effetto Oscar. Fiore all'occhiello di Cinderella Man, il fascino da divo del protagonista, un Russell Crowe dimagrito, affinato e completamente calato, grazie ad un potente lavoro per sottrazione, nella parte di un personaggio dagli alti valori etici. Complice una luce cruda che non concede alle immagini alcuna nostalgia, Howard, reduce dai quattro Oscar di A Beautiful Mind, ricostruisce con sensibilità il dramma di quegli anni bui e orchestra incontri di boxe mozzafiato, non dimenticando di celebrare il calore degli affetti familiari. Forse eccessivamente leziosa Renée Zellweger, nei panni della moglie preoccupata e stanca ma eroica nelle sue lacrime segrete, nei suoi furtarelli a fin di bene, nei suoi silenzi duri. Si tratta, dunque, di un bel film: girato con mano sicura e interpretato con passione che, però, nonostante i suoi numeri, non ha sbancato il botteghino e si è dimostrato indelicato laddove ha "offeso" molti appassionati di pugilato che non hanno apprezzato il modo in cui si descrive il rivale peso massimo Max Baer: volgare, sbruffone e compiaciuto assassino. © 2005 reVision, Elisa Schianchi |
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