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Il Sapore Della CiliegiaTa'm E Guilass - 1h 35' Paesaggi brulli, distese di ocra ferite dal sole, una desolazione fatta di terra, sassi e
polvere ed attraversata da tornanti, strade concentriche che sembrano condurre verso l'infinito; un uomo a bordo di una jeep
bianca che le percorre senza sosta alla ricerca di un qualcosa, di un qualcuno, o forse solo di sè stesso e di una nuova luce
che possa rischiarare il suo orizzonte.Ermetico e profondo dietro un'apparenza di semplicità assoluta, Il Sapore Della Ciliegia, Palma d'Oro al Festival di Cannes 1997, è analisi estrema dell'animo umano, un viaggio introspettivo che Abbas Kiarostami, accantonati i riferimenti al reale che avevano caratterizzato i precedenti lavori, da Close Up a Sotto Gli Ulivi, ed i collegamenti interni che, regolarmente, dall'uno rimandavano all'altro, compie con il suo protagonista, Homayoon Ershadi, ancora una volta un attore non professionista che, come per magia, ci incanta con la sua spontaneità. Come sempre nei film di Kiarostami, infatti, tutti gli interpreti sono uomini che possiamo incontrare tutti i giorni, presi dalla strada, che, affidando la propria semplicità alle mani del regista, si trasformano in veri attori capaci di trasmettere non surrogati di emozioni ma frammenti di realtà. E' il suicidio come disperata soluzione finale, o meglio i tormenti interiori e le contaddizioni di chi abbia deciso di intraprendere questa via per liberarsi dal peso dell'esistenza, ad essere al centro del film: una concezione della vita come scelta piuttosto che come obbligo. Il signor Badii ha già preso la sua decisione e si aggira per le colline che sovrastano Teheran cercando colui che possa aiutarlo a realizzare il suo progetto secondo un ben preciso rituale. Frainteso, sfuggito, respinto, continua ad offrire a chi incontra un lavoro semplice e ben remunerato, li conduce lungo una interminabile strada sterrata fino al luogo prestabilito ed illustra quello che sarà il loro compito: l'indomani mattina, di buon ora, trovandolo nella fossa, dovranno chiamarlo per nome; se risponderà lo aiuteranno a rialzarsi porgendogli un braccio, altrimenti lo ricopriranno con venti palate di terra. Le reazioni sono tutte differenti, un giovane soldato curdo, timido ed impaurito, scappa per i campi, un seminarista afghano cerca di fargli comprendere il significato del suo gesto e l'inaccettabilità dello stesso da un punto di vista religioso, il vecchio addetto del Museo di storia naturale accetta il compito offertogli, ma gli racconta la propria esperienza personale, il desiderio provato un tempo di farla finita, le riscoperte gioie della vita, la luna, le stelle, la pioggia, il gusto dei gelsi, il sapore della ciliegia. Quella notte stessa il signor Badii si sdraia nella fossa aspettando che arrivi la morte, quando, all'improvviso, si diradano le nuvole e, alte in cielo, appaiono la luna e le stelle, mentre una forte pioggia comincia a bagnarlo. Lo schermo a questo punto si fa nero per poi illuminarsi nuovamente in un nuovo formato, un video girato dietro le quinte che ci mostra il regista al lavoro, i tecnici, gli attori, la macchina che procede in lontananza, come per dirci: la realtà è questa. Possiamo anche gridare al miracolo, e, del resto, l'intera critica mondiale sembra obbligata
a farlo con ogni nuovo film di Kiarostami, pur di non essere tacciata di incompetenza, ma preferiamo non farlo. Abbiamo amato,
anche se non incondizionatamente, i precedenti film del regista iraniano, ma sembra essere giunti ad un punto in cui sia giusto
cominciare a prendere le distanze da un intellettualismo osannante e cieco. Il Sapore Della Ciliegia, per quanto interessante,
non è di certo un capolavoro: la maestria di Kiarostami è indiscussa, l'esternazione dell'animo dei personaggi affascinante,
l'ambientazione simbolica e suggestiva, ma, ciò nonostante, il risultato finale lascia freddi. Ad una prima parte preparatoria
che, per quanto indispensabile, si estende prolissa ed eterna, segue una prima chiusura ermetica che, senza voler fornire alcuna risposta,
colloca nuovamente lo spettatore all'inizio del proprio viaggio. E' comunque quell'ennesimo finale metacinematografico, quel volere ad ogni
costo mostrare costantemente la netta linea di confine fra realtà e finzione a non convincere, a farci sperare in una favola
che possa rimanere tale e non debba essere sempre smascherata.
© 1997 reVision, Carlo Cimmino |
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