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Chocolat

2h

Regia: Lasse Hallstrom



Il cioccolato è una cosa seria. È una visione del mondo, ma c'è cioccolato e cioccolato. C'è quello dolce, stucchevole dei cioccolatini al latte, magari ripieni o farciti con ignobili creme. E c'è invece il cioccolato "vero", quello amaro fondente, che di zucchero ne usa poco o niente. I grandi cioccolatieri francesi Michel Cluizel o Debauve & Gallais ne sanno qualcosa. Preparano tavolette in cui la componente di cacao raggiunge la mirabolante percentuale del 99%. Filosofia della gola, o soltanto rispetto per un ingrediente ritenuto sacro tant'è che il popolo Maya col cacao preparava bevande segrete in grado di procurare lo stordimento dei sensi e penetrare la dimensione mistica.
Il film del regista Lasse Hallström (apprezzabile solo per Buon compleanno Mr. Grape), allora, è quello che si definirebbe, in campo di sofisticazioni alimentari, una vera e propria truffa. La protagonista Vianne (una sprecata Juliette Binoche) di cognome fa anche Rocher proprio come il famoso Rocher della Ferrero, un buon prodotto ma niente a che vedere con la reale sostanza.
Lo slogan "più latte meno cacao" è un po' il senso del film come il ritornello alle immagini pubblicitarie delle bieche merendine per i più piccini, il volgare kinder. Il film ci insegna con la grazia perfida e vellutata di una favola-spot. C'è una piccola cittadina montana della Francia in cui un giorno arriva, come nelle fiabe per piccini, lo straniero, vestito come Cappuccetto rosso (ma è solo per via del mantello vermiglio). E, si sa, in tutte le storie del mondo lo straniero è colui che può destare il senso sommerso della vita negli abitanti della comunità. Aprire nuove porte, far scoprire sconosciuti orizzonti, consapevolezze che i personaggi avevano taciuto alla loro intima personalità. Insomma stiamo parlando del solito risveglio interiore. Naturalmente la contrapposizione religiosa tra cattolici e protestanti, in cui s'incunea un filone di autentico ateismo, incarnato dal personaggio dello zingaro Johnny Depp, è solo accennato e non produce alcuna conflittualità.

Il film, è il caso di ricordarlo, ha ottenuto ben cinque candidature all'Oscar, il premio che ormai vale soltanto come garanzia per l'incasso di milioni di dollari per tutti. Parlare del film e attribuirgli il valore di testo che dice è semplicemente immorale. O meglio è impossibile attribuirgli quella valenza di messaggio edificante secondo l'interpretazione superficiale del racconto. Per avere il senso della differenza prima di tutto occorrerebbe mantenere il diverso nella sua profonda identità, irriducibile al nostro piacere. Per esempio perché nel film i personaggi "negativi" si convertono, si ammansiscono fino a conquistare la nostra benevolenza? Perché il parroco riscatta la sua dignità (ma già c'era quella terribile sequenza in cui ballava il rock'n roll)? Perché il sindaco alla fine si converte al piacere del consumismo? Forse che i valori della religione cattolica, i suoi precetti, come l'astinenza in tempo di quaresima, si riducono soltanto alla negazione di quei superiori desideri del corpo (consumo e ancora consumo, guai ad ostacolarlo), invece che fondarsi su un autentico dovere spirituale e simbolico di liberazione e trascendenza? Mentre in fondo chi è dalla parte sbagliata è severamente punito. La nonna che muore per il diabete, l'incendio che devasta le abitazioni sul fiume dei gitani. Mancando ogni vera dialettica tra le parti, anche la soluzione finale, con la conversione di tutti i personaggi è del tutto irrilevante. È come se accettassimo l'ipotesi che in fondo abbiamo tutti le stesse necessità, le stesse idee, i medesimi desideri. Il film potrebbe rafforzare l'intolleranza nei confronti di quelle dottrine che non ci piacciono. Ammettiamone, con il debito rispetto, l'identità insieme alla complessa validità ed il senso. Da questo punto in poi soltanto può iniziare una vera discussione, un reale incontro con il diverso, e non con una maschera che ridicolizziamo col solo intento di strapparla per (ri)vedere rassicurati noi stessi.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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