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Chiedimi Se Sono Felice

1h 40'

Regia: Aldo, Giovanni, Giacomo e Massimo Venier



Tra i mille orribili passaggi della comicità italiana anni ’90 dal piccolo al grande schermo, l’unico che di tale passaggio aveva dimostrato una certa coscienza "mediologica" era stato Tutti Gli Uomini Del Deficiente. L’esordio della Gialappa’s tentò la temeraria impresa di tradurre concretamente il cinema in televisione, e un film in uno show: i personaggi diventavano così "concorrenti" di un gioco a premi, veri conduttori di telegiornale informavano sulle loro peripezie, "veri" protagonisti di sceneggiati interferivano con esse, mentre l’intera vicenda veniva seguita su Internet da altri personaggi-spettatori... Nelle maglie di questo frenetico "telecinema", Aldo, Giovanni e Giacomo in esilarante versione Yakuza si arredavano un proprio personale e autonomo mini-film, sfornando la loro migliore apparizione cinematografica. Istintiva, farsesca, follemente irreale.

Con Chiedimi Se Sono Felice (un titolo veramente stupendo), i tre attori scelgono invece un percorso più canonico, un intreccio classico con ambientazioni e caratteri definiti, confermandosi così gli unici rappresentanti italiani di un genere intimo e complesso: il cinema comico per famiglie. I loro film stabiliscono sin dall’inizio un patto implicito con il pubblico: assenza assoluta di volgarità, nudi e parolacce (a parte le solite due, ormai istituzionalizzate), soggetti semplici e immediatamente riconoscibili, elogio dei buoni sentimenti, sorridente lieto fine. Purtroppo, come già rilevava Fabrizio Pirovano per Così E' La Vita, "il passaggio da personaggi a ruoli, dalle gag televisive alla narrazione cinematografica, lascia più di qualche vuoto all’interno della struttura ritmica del film. L’ammirevole e sincera ricerca di tempi diversi, più consoni al cinema, ma più dilatati, fa in modo che gran parte della comicità venga a diluirsi, risultando meno travolgente, meno immediata. Sintomi di un work in progress che vuole evitare di mostrarsi come tale, cercando a tutti i costi una immediata ed improbabile quadratura del cerchio." A livello di regia, ad esempio, salta agli occhi l’ingenua sotto-utilizzazione di caratteristi di lusso come Antonio Catania e Giuseppe Battiston (Pane e Tulipani); ma soprattutto la sconcertante sequenza nella quale il "precipitare dei sentimenti" tra Giacomo e Marina viene alternata ad immagini di una pallina che scorre su un piano inclinato: un montaggio alla Ejzenstejn in una commedia sentimentale suona quanto meno incongruo.

Ma al di là di questi difetti, Chiedimi Se Sono Felice è in primo luogo un film sulla nostalgia per il teatro, su tre personaggi in cerca di pubblico. Ciò perché lo spettatore-tipo di Aldo-Giovanni-Giacomo e dei Gialappa’s (e del loro referente diretto, che resta in fondo Renzo Arbore) è innanzitutto un complice: prima di ridere per la storia che gli viene raccontata, ride per il divertimento provato dagli attori nell’interpretarla. Una com(pl)icità "pre-testuale" che è, appunto, di matrice teatral-televisiva, intimamente basata sui tempi della diretta e sul dialogo stretto platea-palcoscenico; un dialogo che la voce narrante di Aldo ("Ma perché proprio io dovevo fare la voce fuori campo!", si dispera già alla prima sequenza) fa di tutto per rinsaldare.
Da questo punto di vista, i riferimenti diretti a Cyrano de Bergerac, a Pirandello, al Buñuel de Il Fascino Discreto Della Borghesia (citato nella sequenza finale della casa che si trasforma in teatro) non sono affatto fuori luogo, né pretenziosi. Come Cristiano, l’innamorato senza argomenti di Rostand, Aldo-Giovanni-Giacomo hanno bisogno di una parola esterna (i Gialappa?) che stimoli il loro naturale marionettismo, o di un pubblico reale a cui rivolgersi, per infrangere quel silenzio sterile che ogni set racchiude tra i suoi pannelli semoventi. Il cinema (un problema che tormentava anche il grande Totò) è troppo freddo per loro.

© 2000 reVision, Dante Albanesi



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