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La recensione dalla 61. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica
di Elisa Schianchi clicca qui!


Le Chiavi di Casa

1h 45'

Regia: Gianni Amelio



Rumore. É il cuore del film, il suo tenace sottofondo. Il confuso brusio della stazione, mentre si consuma il passaggio del giovane Paolo dallo zio al padre. Il rollio del treno, sul quale Gianni e Paolo si recano all’ospedale in Germania. I vagoni che sferragliano onnipresenti sullo sfondo, dalla finestra della loro camera. Il volume troppo alto del televisore, che Paolo rifiuta di spegnere. Rumore come ripetizione, ritmo autistico: l’ossessivo ritornello del giochino elettronico, il clacson suonato all’impazzata, le frasi incomprese e rabbiosamente replicate. Rumore che copre i dialoghi, che soffoca la comunicazione. Il ciarlare indistinto delle lingue straniere, gli ordini in tedesco sbraitati dalla dottoressa. Rumore come mancanza di limpidezza, di pulizia: il lessico sincopato e sconnesso di Paolo, la regia disadorna e istintuale di Amelio. Rumore come spazio e tempo sfumati, sprecati: gli anni che Paolo ha dovuto vivere lontano dal padre, i chilometri che Gianni consuma in un maldestro tentativo di distanziare il figlio dal suo mondo di "faccende da fare", dal suo indirizzo imparato a memoria, per riscriverne in qualche modo la mente e gli affetti. Le Chiavi di Casa dilatano a lungometraggio l’ultima scena de La Stanza del Figlio: una fuga rettilinea dal passato per poter riaccettare un figlio perduto.
Il viaggio di un uomo e di un ragazzo: è il soggetto di tutta l’opera di Amelio. E in ogni svolta di questo viaggio si rivela la padronanza dell’autore consumato, che non sente alcuna necessità di "spiegare", di raccordare temi e sequenze. Strade accennate e subito perdute: nulla si viene a sapere della nuova moglie e del figlio neonato di Gianni, quasi nulla degli zii che per quindici anni hanno cresciuto Paolo; il sospirato incontro con la "fidanzata" straniera non avverrà mai e la scombiccherata lettera d’amore (affettuoso omaggio a Totò e Peppino) non sarà recapitata, né il finale ci assicura che padre e figlio andranno a vivere insieme.

Le Chiavi di Casa vuol essere disarmonico e sconnesso come il corpo del suo protagonista, lasciando chiuse tutte le porte più facili e le immagini più prevedibili. Paragoniamo ad esempio la vacanza in Norvegia di questo film, così libera, "improvvisa", antituristica, svincolata da ogni equilibrio di sceneggiatura, con il festival di stereotipi nordici che ci aveva propinato La Meglio Gioventù, tra fiordi, foreste, fabbriche di legname, maglioni colorati, procaci biondone e amore libero. Paragoniamo gli stupendi gesti irrazionali e gli sbalzi umorali dei personaggi di Amelio, alle atroci glosse da sceneggiato che condiscono le trame di Ozpetek.
Attori non professionisti, cadenze dialettali, ambientazioni reali, sequenze improvvisate, inquadrature rubate alla realtà, regia dimessa, narrazione ondivaga, epilogo amaro: Amelio è forse l’unico regista italiano a restare ancora fedelmente, ciecamente attaccato ai moduli del neorealismo classico e alla lezione di De Sica e Rossellini. Il problema è che negli ultimi due decenni quella tradizione e quello stile si sono evoluti, attraversando paesi e cinematografie diverse che hanno saputo assimilarli e re-interpretarli. Ognuno a suo modo, gente come Kiarostami, Garrel, i Dardenne, Zhang Yimou, Kaurismaki, ha attinto da quell’antico canone e lo ha modulato sugli accordi ben più estremi e dissonanti del cinema postmoderno. Il neo-neoverismo de Le Chiavi di Casa, invece, sembra far finta che il tempo non sia passato, e che dopo Herzog, Lynch, Von Trier, sia ancora possibile avvicinarsi all’handicap fisico-mentale con sguardo vergine e "diretto". In questa fiducia mal riposta, l’alternanza programmatica tra comicità tenera e rassegnazione cupa rischia in più punti di sfociare nel televisivo, registrando almeno due cadute: le inutili scene (pubblicità?) dedicate al libro "Nati due volte" di Giuseppe Pontiggia, al quale il film si ispira; e certe battute di dialogo tra Kim Rossi Stuart e Charlotte Rampling, troppo esplicite per sembrare naturali.
Gianni Amelio è un grande che almeno una volta è stato grandissimo: quando ha abbandonato ogni cascame neorealista per la freddezza disperata e l’estrema levigatezza formale di Così Ridevano, tra i pochi capolavori italiani dell’ultimo decennio. Rispetto a quella perfezione, Le Chiavi di Casa sembra volutamente, a ragione o a torto, fuggire.

© 2004 reVision, Dante Albanesi