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Una Cosa Chiamata Felicità

Stestì - 1h 42'

Regia: Bohdan Slama



Labili sono i confini che separano l’amore dall’amicizia, sentimenti affini che travolgono, alterandoli, i nostri rapporti interpersonali, che ci pongono a diretto contatto con i misteri della psiche, dell’ascolto delle cose, nel colloquio con quell’alter ego che riusciamo a rintracciare nell’Altro. Le metamorfosi quotidiane che i sentimenti conducono ci trasformano in equilibristi dell’anima, in giocolieri del desiderio. Ma bisogna combattere non solo con se stessi per affermare il valore e la necessità delle pulsioni: la contemporanea società del caos urbano produce dosi massicce di alienazione. Eccoci proiettati nella zona nord della Repubblica Ceca, uno scenario desolante di fabbriche e di vite dedite alla produttività: squallore esistenziale ed architetture di cemento che rimandano solamente la freddezza di una mediocrità annichilente, capace di soffocare ogni respiro di vitalità, laddove giorno dopo giorno si lavora a frustrare ogni ansia di futuro. È questo l’aspro contesto del secondo lungometraggio del regista ceco Bohdan Slama, Una Cosa Chiamata Felicità, film ispirato e coinvolgente che propone una galleria di personaggi proiettati nell’ambigua dimensione di un progresso che non nasconde più il proprio fallimento, in un grigio universo di dolore metallico, dove ogni manifestazione umana, anche la più banale, è ridotta a impudica afasia. In questo microcosmo inutilmente crudele, ci si attacca al rituale della ripresa in videocamera, nell’occasione del Natale, come a voler fissare l’istante ormai inavvertito di una felicità impossibile. La felicità che dovrebbe regalare la famiglia: ad esempio, quella di Monika (Tatiana Wilhelmonovà), arrivata ad un bivio esistenziale, chiamata dal fidanzato emigrato in America, che si è deciso a volerla al suo fianco. Ma a fermarla sono, senza volerlo, Tonik (Pavel Liška) e Dasha (Anna Geislerovà), i suoi amici complici dei piccoli grandi sogni di fuga. Tonik è riuscito a distaccarsi dalla famiglia per andare a vivere con una zia aiutandola in una fattoria minacciata dall’incombente costruzione di nuove fabbriche. Dasha è invece prigioniera di una nevrosi sempre più palpabile che logora giorno dopo giorno il suo rapporto con i due piccoli figli, ignari del disagio che travolge la madre. Lo sguardo dei bambini non è più uno specchio in cui è possibile riflettersi per ritrovare una via di rigenerazione. La psiche di Dasha è definitivamente divisa: nemmeno il giovane amante riesce a controllare i suoi stati e, quando le pulsioni amorose si mutano in una forma di patologica aggressività, per lei non resta che la casa di cura. Per Monika prendersi cura dei bambini di Dasha significa rinunciare al viaggio in America, mentre il sentimento d’amicizia di Tonik nei suoi confronti cambia natura. I due amici si scoprono amanti ma è proprio la nuova forma di legame che rischia di trasformarsi in una gabbia senza via di fuga.

L’acre sapore di questa ammonizione ci rimanda l’idea di un destino a cui sembra siamo tutti votati: il giro di vite impossibile, l’impossibile rigenerazione ci rende tutti vittime, svuota di significati vitali persino i nostri più elementari desideri. L’amore governato dalla paura è pur sempre amore, la trasformazione di un sentimento d’amicizia crea un nuovo legame che sembra invulnerabile ma non lo è.
Eppure vivere è questo tentare, sembra dirci Una Cosa Chiamata Felicità, è questo elaborare l’assenza di ogni utopia nella concretezza di un quotidiano alienante, mercificato, privo di sensi e senso. Un film che ci mostra volti e paesaggi di un umano destinato alla sconfitta può definirsi un semplice film d’amore? Nel mostrarci la sofferenza dell’inutile gioco delle affinità tra gli esseri, l’opera di Bohdan Slama s’impone come testimonianza della resistenza dello sguardo. Implacabile e tagliente nel suo descriverci un tragitto apparentemente elementare di quieta degenerazione, il regista segue con affetto i suoi bravissimi interpreti (Pavel Liška, Tatiana Wilhelmonovà e Anna Geislerovà avevano già lavorato insieme ne Il Ritorno dell’Idiota, rielaborazione vagamente dostoevskiana di Saša Gedeon), regalando loro l’occasione di una perfomance raffinatissima, fatta d’impercettibili, preziose intenzioni e tensioni.
Quando con la distruzione della fattoria, la vicenda amorosa tra Tonik e Monika s’interrompe e la ragazza sembra destinata a partire, comprendiamo il senso di questo apologo: la speranza non si può dare quando il sogno stesso del progresso sembra indicare una irreversibile, inquinante prospettiva da fine del mondo, letteralmente da fine dello stesso respiro umano.

© 2006 reVision, Francesco Puma