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Chéri

1h 33'

Regia: Stephen Frears



Le rughe del tempo, si sa, non hanno solamente una manifestazione biologica. A logorare ogni interiorità, anche la più singolare, provvedono i sommovimenti delle passioni, l’alternarsi delle vicissitudini esistenziali che conducono emozioni contrastanti, momenti di solitudine che si oppongono ad altri dove ogni desiderio d’affezione o rigurgito amoroso sembra potersi realizzare. Amore e dolore, ragione e passione: ovviamente, stiamo parlando del tragitto esistenziale che riguarda la felicità e l’infelicità di tutti gli esseri umani, quelli ordinari e quelli eccezionali, quelli realmente esistiti e quelli inventati dalla letteratura o dal cinema. Il crisma della plausibilità è solitamente offerto dall’impasto sapiente di tali elementi: così anche sullo schermo può prendere forma una vita che riconosciamo in quanto vera.
Realmente esistita è Sidonie–Gabrielle Colette in arte semplicemente Colette (Saint–Sauveur-en-Puisaye, 28 gennaio 1873 – Parigi, 3 agosto 1954), paradigmatica scrittrice che attraversò emblematicamente la prima porzione del secolo trascorso, come grande protagonista della Belle Époque nel periodo in cui Parigi era la capitale della cultura mondiale, divenendo nel giro di poco tempo attrice di music-hall (ad esibire la nudità delle sue grazie), prolifica narratrice, abile drammaturga, sceneggiatrice, critica di cinema e teatro, puntuta e puntuale giornalista mondana, estetista ed esperta nel commercio dei cosmetici. Capace di utilizzare la sensualità come un’arma, fu abile donna d’affari nell’emulare le eroine dei suoi romanzi, tagliente nei giudizi ma non al punto da rendersi odiosa, anzi un vero e proprio mito dei propri tempi, insignita di alte onorificenze ed onorata, alla morte, con funerali di stato. Sposata tre volte, scandalizzò i suoi contemporanei intrecciando molte relazioni amorose tra le quali una con un amante di trent’anni più giovane: esperienze tradotte in uno dei suoi più celebri romanzi, "Chéri", pubblicato nel 1920.
Il regista inglese Stephen Frears rispolvera, per l’occasione, lo sceneggiatore Christopher Hampton, suo complice per la magnifica trasposizione cinematografica de Le Relazioni Pericolose, animata dal talento di Glenn Close e l’allora giovane Michelle Pfeiffer. Quest’ultima offre adesso la propria conquistata maturità espressiva vestendo i panni di questo doppio di Colette che è la protagonista di Chéri, in un’operazione che rinverdisce l’antico sodalizio tra il regista e lo sceneggiatore, trasparente evocazione di una figura che, da sola, è in grado di evocare lo spirito di un mondo. Diretta con mano felice da Frears, implacabile analista di atmosfere in cui i personaggi conquistano una concreta identità sociale, la cinquantenne Pfeiffer trasfigura il proprio aplomb aristocratico in un’interpretazione intelligentemente chiaroscurata, attraverso contrazioni e illuminazioni minimali che denunciano la pervicace irrequietezza di una donna che lavora sottilmente ad imporre se stessa, le proprie pulsioni e il proprio giusto desiderio di affermazione, non nascondendo la palpitante malinconia derivata dall’inevitabile incedere del tempo che sciupa la passata giovinezza di un corpo che ancora si dispone con avidità all’eros. Emerge il ritratto, di taglio impressionista, della Belle Époque individuata nel décor d’interni e nel gusto estetico allora ancora sintomo di vitalità concreta. Asciuttezza narrativa e nessuna concessione ad un decorativismo fine a se stesso, il tutto stemperato in un’ironia che si evidenzia nel tono della voce over che introduce il periodo in cui si svolge la vicenda, presentando i personaggi per poi defilarsi e ritornare in qualche altro passaggio come testimonianza di un epico disincanto.

Siamo nella Parigi capitale del 1906, con le sue periferie mondane impegnate a conquistare il centro: è il mondo delle cortigiane d’alto bordo di cui è simbolo rinomato Léa de Lonval (la Pfeiffer), ingegnosa mediatrice di affari e capace di elaborare la propria maturità godendosi l’opulenza liberty della sua elegante dimora. La scopriamo invitata dalla sua vecchia amica Madame Peloux (un’efficacissima Kathy Bates), ex cortigiana sfiorita ed inacidita, preda dei ricordi di giovinezza, madre di Fred (Rupert Friend) che Léa ama soprannominare Chéri, un diciannovenne vanesio e immaturo che vive con superficiale baldanza le sue occasionali avventure sessuali. L’accordo tra le due donne prevede che la cortigiana si occupi dell’educazione sentimentale del ragazzo predisponendolo alla vita coniugale. Naturalmente, tra i due sboccia un’irresistibile passione, accesa in occasione di un bacio appassionato dentro una serra e culminato nei roventi e ripetuti amplessi consumati a casa di lei, sigilli roventi di una liaison fatta di complice tenerezza e di un’avida e torbida discrezione. Sei anni di convivenza vissuti in un conforto acceso ma sincero fino a quando arriva, per Chéri, il tempo di accettare l’invito della madre ad incontrare, durante l’ora del tè, la cortigiana Marie–Laure (l’ottima danese Iben Hjejle) che conduce la bella e giovane figlia Edmée (Felicity Jones). Il nuovo accordo tra Madame Peloux e Marie-Laure, siglato di fronte a Léa che sa ben nascondere l’emozione, prevede il matrimonio combinato tra Chéri e Edmée. Conquistato l’altare con la benedizione materna, il volubile giovane (che non aveva avvertito l’amante pur conoscendo il proprio destino coniugale) si mostra restio ad accettare la nuova condizione fin dal rientro dal suo viaggio di nozze in Italia. Alla povera sposina, mal disposta ad accettare la freddezza di Chéri, non resta che assistere alla fuga d’amore del ragazzo che, in preda alla disperazione, si rifugia in piena notte all’Hotel Regina per rincontrare la sua desiderata Léa di ritorno da Parigi dopo tre settimane d’assenza. Ma anche alla cortigiana spetta il ruolo di amante frustrata, visto che l’arrogante Chéri, consumatore d’oppio e marito ondivago, decide di tornare in famiglia. Queste oscillazioni dolorose suscitano il godimento della rancorosa Madame Peloux mentre Léa, dopo un concitato incontro nel suo salotto con Chéri, decide di organizzare assieme a lui un viaggio lontano dai pettegolezzi, ricevendo però la confessione del giovane intenzionato a mantenere lo status quo, diviso tra la confortevole routine familiare e l’arroventata historiette con la cortigiana capace di ravvivare la sua maschile libido. Per Léa, tale rivelazione, è l’ennesimo colpo inflitto ai propri sentimenti.

L’accurata tessitura drammaturgica ed il solido impianto registico di questa efficace trasposizione di Frears sono sostenuti dall’elegante partitura musicale firmata da Alexandre Desplat, ben capace di evocare lo spirito del periodo, mentre un altro miracolo è compiuto dal direttore della fotografia Darius Khondji (alla sua prima collaborazione con Frears) grazie al magnifico fraseggio cromatico che conferisce concreto volume a corpi, arredi e paesaggi, citando l’approccio stilistico di Jean Renoir e Max Ophüls. E così anche il décor delle abitazioni di Léa e di Madame Peloux contribuisce a raccontare la dinamica delle emozioni e dei caratteri (quella della cortigiana, luminosa e moderna si rivela opposta a quella dell’acida amica, ombrosa e soffocata dai velluti di un arredamento pesante, tra candelabri e teste di animali impagliati). Tra gli altri bravi interpreti, segnaliamo la presenza della giovane attrice inglese Felicity Jones, già notata accanto ad Emma Thompson nel recente (e deludente per eccesso di freddezza) Ritorno a Brideshead, capace di conferire autorità e spessore al ruolo della giovane moglie, resa fragile della continua minaccia di abbandono ma anche sufficientemente coriacea da tentare di tenere in piedi il proprio matrimonio.
Frears sa come irrobustire l’intrigante materia del romanzo di Colette che, nascondendosi dietro le forme tradizionali del feuilleton amoroso, traccia il tragitto esistenziale della sua malinconica protagonista, donandole un nobile allure di combattente sul fronte dell’eros, impegnandola a resistere all’implacabile scorrere del tempo, ad esorcizzare lo spettro della morte della giovinezza, lo specchio deformante di tutte le Madame Bovary di ieri come di oggi.

© 2009 reVision, Francesco Puma