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Changeling2h 14'
Regia: Clint Eastwood Prima di dedicarsi alla sceneggiatura, J. Michael Straczynski per quattordici anni ha fatto il giornalista percorrendo
in lungo ed in largo una ventina di città degli Stati Uniti, e questo con due lauree alle spalle, in psicologia clinica e in
sociologia, a cui vanno aggiunti dei titoli accademici in letteratura e filosofia. Con tale bagaglio si è industriato a scrivere
copioni di film d’animazione e di serial tv di successo come "Ai Confini della Realtà", "La Signora in Giallo" e "Walker, Texas
Ranger" (da cui proviene Paul Haggis, in seguito sceneggiatore per Clint Eastwood e regista del premio Oscar Crash
e dello splendido Nella Valle di Elah). Mentre si faceva le ossa, Straczynski si è trasformato
in un novello Truman Capote immergendosi nello studio degli atti giudiziari di un processo di fine anni Venti a Los Angeles
poco prima che questi finissero nell’inceneritore. Dopo un anno le sue ricerche si sono trasformate in uno script arrivato sul
tavolo dei produttori Brian Grazer e Ron Howard che hanno chiamato il grande Clint Eastwood per dare forma al progetto. Chissà
se questo Changeling (presentato all’ultima edizione di Cannes e salutato da un caloroso consenso di pubblico) segnerà
un duraturo sodalizio artistico tra Straczynski e Eastwood dopo gli exploit con Paul Haggis. Ad alimentare la speranza c’è questo
nuovo capolavoro del più classico tra i cineasti contemporanei, dalla cifra stilistica piena di calore e di umanità, solenne
come John Ford e teso come John Sturges, capace di evocare atmosfere e di ricostruire, con minuziosa attenzione al dettaglio,
luoghi ed ambienti trasfigurandoli epicamente (merito, ancora una volta, del magistrale direttore della fotografia Tom Stern)
per narrarci una delle tante variazioni dell’episodio biblico di Davide contro il gigante Golia, lo stesso con il quale Tommy
Lee Jones ammalia un bambino in Nella Valle di Elah. E’ questa una delle metafore portanti di
Changeling, affresco storico di una società alla deriva che esibisce senza ritegno i suoi scheletri negli armadi. Più
luci che ombre nella Grande Depressione dei sobborghi piccolo borghesi di una Los Angeles sospesa e decadente, perfetto scenario
di una storia di innocenza precipitata in un’inestricabile tela di inganni e bugie, pasto nudo consumato da un’opinione pubblica
che metabolizza con moderno cinismo le scorie delle sempiterne ipocrisie del Potere.
Ancora una volta a rappresentare metaforicamente Golia è il Sistema americano potente e manipolatore di falsi ideali
individuali spacciati per collettivi. Mentre Davide è, in questa occasione, una donna fragile ma determinata che lotta per
affermare la propria verità, che è la verità di un doloroso trauma familiare. Si chiama Christine Collins, caporeparto di una
compagnia telefonica, interpretata in modo straordinario da Angelina Jolie, mai così brava sin dai tempi di Ragazze Interrotte
(che le fece guadagnare l’Oscar come migliore attrice non protagonista per la parte di una ragazza aggressiva). Con un cappellino
sempre in testa, col suo fisico affusolato, gli occhi sgranati come Joan Crawford e Bette Davis, l’attrice si mostra misuratissima
ed intensa nelle sequenze di pianto, mentre nei suoi accenni di sorriso esibisce un viso scavato che s’illumina come quello di
Katherine Hepburn, per poi rabbuiarsi nelle esplosive crisi dentro l’ospedale psichiatrico, memoria di quelle di Olivia de Havilland
nel drammatico La Fossa dei Serpenti.A Christine, ragazza madre, capita, nel rincasare a casa dopo il lavoro, di accorgersi che Walter (Gattlin Griffith), il figlio di nove anni, non c’è più. Prima di uscire gli aveva promesso che sarebbero andati a cinema insieme e per un contrattempo ha mancato all’appuntamento. Così, l’ultima immagine che ella conserva del figlio è quella di un bambino silenzioso e in attesa. La prima reazione di Christine, dopo lo shock, è quella di telefonare alla polizia che la induce ad aspettare ventiquattrore prima di denunciarne la scomparsa. Quello di Los Angeles era, in quel marzo 1928, uno dei più corrotti dipartimenti di polizia d’America. Il Capitano J.J.Jones (Jeffrey Donovan) risulta granitico nelle sue decisioni, esibisce senza ritegno la propria untuosità fasulla ed infantile mentre il Capo della polizia James E. Davis (Colm Feore) coglie ogni occasione per farsi fotografare in pubblico al fine di dimostrare l’interesse del distretto nel proteggere i suoi abitanti, coprendo così la corruzione dilagante. Il sindaco George E. Cryer non è poi uno stinco di santo, garante di uno status quo che terrorizza i cittadini e rende irrespirabile l’aria. Passano cinque mesi dalla scomparsa del bambino fino a quando, un giorno, si fa vivo un ragazzetto vagamente somigliante a Walter, nove centimetri più basso, proveniente da una tavola calda di una zona dell’Illinois, lasciato solo da un uomo che dice di essere il padre. Così si mette in moto l’oliata macchinazione da parte della polizia intenzionata a far credere alla povera Christine che quel bambino è suo figlio. Sin da subito la donna si rende conto della sostituzione, costretta dall’emozione a farsi immortalare in un’istantanea scattata velocemente per i giornali così da poter chiudere il caso frettolosamente. Christine è pienamente convinta che quel bambino non è il suo Walter. Si consulta col suo dentista, lo porta a scuola e l’insegnante non lo riconosce mentre le sue indagini ostacolano le procedure della polizia che ha già archiviato il caso. Il calvario di Christine è solo all’inizio: il Capitano Jones la fa rinchiudere in un ospedale psichiatrico dove viene sottoposta ad elettroshock, forzata a prendere dei farmaci e dove fa la conoscenza di una donna che proviene dal mondo notturno dei night club, Carol Dexter (una meravigliosa Amy Ryan, già madre cocainomane ed alcolizzata a cui sequestrano la figlia in Gone Baby Gone, bel debutto registico di Ben Affleck). A prendere pubblicamente le sue difese è un originale pastore presbiteriano, Gustav Briegleb (magistralmente impersonato da John Malkovich), che con la sua seguitissima rubrica radiofonica denuncia senza peli sulla lingua la corruzione della polizia e non esita a porre pubblicamente delle domande sul mistero di Christine Collins. La vicenda della donna s’incrocia con quella di Gordon Northcott (Jason Butler Harner, un incredibile volto nuovo del cinema americano da tenere d’occhio per il futuro, già visto ne L’Ombra del Potere di De Niro e in Next con Nicolas Cage), un pedofilo assassino di ventiquattro anni che ha torturato ed ucciso un numero non definito di bambini all’interno di un ranch. Così il detective dal cuore buono Lester Ybarra (Michael Kelly) incontra un bambino che, in lacrime, confessa di essere stato costretto a divenire complice di Northcott nel far fuori degli innocenti. E’ questa straziante confessione il capitolo più toccante della pellicola condotta con piglio magistralmente fordiano da un settantottenne Clint Eastwood che intreccia mélo e thriller utilizzando una sottilissima "corda tesa" narrativa, smuovendo le coscienze ed agitando emozioni interiori, capaci di renderci partecipi della forte commozione che trasmette questa storia vera. Non aggiungiamo altro alla trama di Changeling (curioso che il film abbia lo stesso titolo di un horror di
Peter Medak che proiettava nel nostro immaginario lo spirito di un bambino affogato che continuava a popolare una immensa casa
vuota). Diciamo solo che si tratta di un capolavoro rigoroso ed intenso, misurato e discreto, con una magnifica e toccante colonna
sonora scritta dallo stesso Eastwood che non invade mai la scena ma sa fare emergere, commentandolo con grazia, un dolore materno
la cui qualità appartiene allo strazio delle donne segregate all’interno dell’ospedale psichiatrico. Così il delicato tema della
pedofilia, sintetizzato nel memorabile incipit di Mystic River, in questa nuova pellicola si
allarga e si concentra nel dipingere il narcisismo ostentato nell’aula del processo da parte dell’assassino pedofilo che arriva
a dichiararsi "non colpevole" negando l’evidenza. Le inquadrature del ranch evocano toni espressionistici di certi western fordiani
nell’indicare gli orrori che si consumano all’interno.Eastwood si ricorda della grande lezione del maestro del noir Otto Preminger nel tratteggiare il ritratto della sua donna in bilico tra ragione e sentimento, razionalità e presunta follia: una eroina tragica che sembra uscita da un mélo di Irving Rapper o Edmond Goulding. In un mondo popolato da incubi, l’innocente sogno di un bambino di nome Arthur Hutchins (Devon Conti), il dodicenne che si è fatto convincere dalla polizia a spacciarsi per figlio di Christine, è quello di raggiungere Hollywood per incontrare il suo eroe preferito, l’attore dei film western Tom Mix, un sogno che si trasformò in incubo per Christine. Il tono asciuttamente morale di Eastwood marchia la storia, investendola da una sottile ironia quando cita i classici del cinema come Accadde una Notte nel 1935, film Oscar prediletto da Christine che, nella solitudine del suo ufficio, vive l’unico sogno della sua vita (pochi secondi di gioia per la statuetta vinta da uno dei capolavori di Frank Capra, la commedia che meglio rappresentò quei primi anni Trenta). Le voci innocenti acquistano, in questo film, uno spessore speciale: gli sguardi impauriti delle vittime, i loro gesti inconsapevolmente incoscienti, le loro paure sono lo specchio di un’America che i lutti li elabora alla sua maniera, seppellendo i mostri con la pena di morte (l’impressionante sequenza dell’esecuzione ci fa riflettere), cambia i nomi per dimenticare, ma non cancella il passato, rimasto impresso nella memoria e negli atti giudiziari. In un mondo popolato più da incubi che da sogni è possibile che la parola speranza abbia ancora una possibilità di cittadinanza, letta nello sguardo tagliente della Jolie verso il finale di uno dei film più belli di questa promettente annata cinematografica. Quando c’è Eastwood, quintessenza di un cinema purissimo che guarda all’America del passato per non farci dimenticare i nostri peccati presenti, allora scopriamo quanto l’ipotizzato "mondo perfetto" sia una utopia di là da venire. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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