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Centochiodi1h 32'
Regia: Ermanno Olmi Quattro stelle, il giudizio che corrisponde al capolavoro, però ci troviamo in crisi
pensando ad altri film: forse quattro stelle e mezzo o cinque perché Centochiodi è qualcosa di più... (sempre che abbia
senso parlare dei famigerati giudizi sintetici di stelle e palline) ed anche di diverso rispetto allo standard cinematografico
che inevitabilmente ci spinge ad essere sospettosi verso un cinema vagamente "retrò", laddove procede solo con le armi tradizionali
della messa in scena, senza derive extratestuali (sospetto comunque fugato già con le più recenti opere di Olmi, Il
Mestiere delle Armi e Cantando Dietro i Paraventi).Centochiodi è capolavoro anche considerando la quantità e qualità di intenzioni e ambizioni, da far tremare i polsi a qualunque cineasta, di un regista ormai "seminale" e "necessario", prima di essere già cinema, sebbene ciò sia da considerare del tutto folle e paradossale: il cinema delle buone intenzioni sappiamo bene quali mediocri risultati produce... Olmi, nato nel 1931 a Treviglio, Bergamo, fa parte della storia del cinema italiano e mondiale. È un vero erede della tradizione neorealistica. Impossibile non pensare a Rossellini, a due film come Il Messia e Francesco Giullare di Dio, per rimanere più vicini alle tematiche trattate in Centochiodi. E nondimeno, impossibile non pensare alla sacralità di Pier Paolo Pasolini, con Il Vangelo Secondo Matteo. Sull'onda di Pasolini, Olmi è riuscito a registrare le mutazioni in corso antropologiche e sociali, il passaggio, individuato proprio da Pasolini, da un'economia prettamente agricola ad un'economia basata sul terziario e la scomparsa di un ceto sociale, quello contadino. Ma per riassumere Olmi, vale perfettamente la definizione di Gian Piero Brunetta, nel dizionario dei registi edito da Einaudi, scheda che essendo aggiornata fino alla penultima fatica di Olmi, l'episodio nel film collettivo Tickets, ci regala una eccellente visione prospettica sulla filmografia e le caratteristiche artistiche di Olmi: "Olmi è uno dei registi che più vuole e sa sperimentare e usare la macchina da presa come strumento di ricerca, luogo di confluenza e metamorfosi di molti tipi di affabulazione, orale, e scrittura visiva, poetica, letteraria, musicale". Come dire che i suoi film riescono a fissare il tema centrale attraverso il dispositivo della macchina da presa e il testo dei dialoghi che è fatto spesso di straniamento, di distacco critico, metaforico. Olmi dimostra come un'immagine grandiosa e di effetto, che può sembrare artificiosa perché, si suppone, pensata ad hoc, come
in questo caso i cento libri inchiodati, corrisponda ad una visione chiarissima della realtà, a una fissazione che non può
esser scambiata per follia o altro. Ed è per questo motivo che di fronte al reo confesso Degan, il maresciallo non può far
altro che sospirare, consapevole di trovarsi di fronte alla Verità. Olmi ci sta dicendo qualcosa di banale: che un caffè con
un amico è più importante di qualsiasi lettura. Ma non è solo la cultura che adombra le esigenze vitali del genere umano.
Insomma, non è certo soltanto un ritorno alla natura, come in molte finzioni ispirate a laicissime new age. Quello di Olmi è
un attacco più profondo che si lancia da una parte contro la pauperizzazione e violenza del territorio: gli argini del Po'
sempre più smunto. E, dall'altra parte, la spiritualità fittizia, e qui può entrare la critica al mondo ecclesiastico, tutta
la spiritualità che, come suggerisce il filosofo Karl Jaspers, si è ridotta esclusivamente alla brama capitalistica di profitto.
Il cinema di Olmi riesce a comunicare questa energia grazie al suo senso del tempo, alla mancanza di fretta, alla possibilità
di (ri)vedere paesaggi che sembrano eden con i cieli stellati, le lune gigantesche, o la visione piccina del dettaglio laddove
nella natura selvaggia anche una foglia, un arbusto hanno un posto preciso nella scena (e nel mondo). Altra importante caratteristica
è la scelta dei personaggi. Verrebbe da dire che oltre ad essere profondamente veri, sono personaggi sanguigni, si esprimono
prima di tutto attraverso le particolarità del corpo, quasi i segni particolari di una carta d'identità, l'estrema caratterizzazione
che ricorderebbe perfino Fellini, senza folclore. E, dall'altra parte, la lingua, sempre in primissimo piano, come ai tempi
di L'Albero degli Zoccoli; il dialetto stretto quale imprescindibile strumento comunicativo al quale si deve pur sempre
tornare per capire moltissime cose che ci riguardano tutti.
© 2007 reVision, Andrea Caramanna |
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