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The Center Of The World1h 26'
Regia: Wayne Wang E’ possibile un utilizzo "creativo" dei sentimenti, è giusto utilizzare il sesso come una sorta di esorcismo
rituale, capace di allontanare i fantasmi che infestano le connessioni (tecnologiche, finanziarie, ludiche) che ci tengono legati al mondo?
E quale redenzione è possibile in un mondo dove tutto è contabilizzato, quantificato, sottoposto all’usura del tempo?
Domande difficili, domande alle quali sembra impossibile riuscire a dare una risposta in un mondo che ha esiliato i "mercanti" di
parole, la saggezza garantita dagli "spacciatori" di eresie. E allora non resta che cercare l’esilio dal mondo, l’azzeramento del proprio valore di scambio, la mercificazione del corpo come alternativa al dialogo con un Altro invisibile, interpretato come riflesso instabile, frammentato di un Io che ha smesso di credere nella propria esistenza. A questo sembra alludere l’atto di adorazione messo in scena da un ricco esperto di informatica (Peter Sasgaard) che, incapace di dare ordine alla propria esistenza, cerca - attraverso il contratto d’affitto erotico con una spogliarellista di Las Vegas (Molly Parker) - la via più facile, quella della scissione della propria anima negli elementi "naturali" che la compongono, lo spirito da un parte, o almeno quella parte dello spirito che si presta ai giochi immateriali della New Economy e il corpo dall’altra, naturalmente quella parte del corpo che si è allontanata da un passato incapace di giustificare una realtà ispessita da un intreccio di sensazioni, di illusioni ottiche, di simulacri. Ma si tratta, come è evidente, soltanto di una "recita", di un insieme di suggestioni ispirate ad una soap - opera di successo o un film hard core interpretato controvoglia. Il desiderio ha bisogno di confini da superare, di corpi sognanti, di mondi lontanissimi. Non di una coppia di liceali alle prime esperienze, ancora incapace di distinguere la finzione che si è costretti a recitare con la (falsa) trasgressione dei propri limiti fisici o caratteriali. Insomma, più che ad un discorso sull’afasia sentimentale che caratterizza la cosiddetta postmodernità, The Center Of The World rischia di
assomigliare sul serio a quello che sembra: un "girotondo" erotico, dove alla fine si cade stremati, incapaci di reggere all’urto con una realtà
che richiede prestazioni sempre più sofisticate, "estreme" o la resa all’inevitabile coazione a ripetere gli errori che noi siamo, gli errori
che costituiscono il nucleo solido della nostra personalità o di quello che ne resta in un mondo incapace di oltrepassare la linea d’ombra che
separa le finzioni della giovinezza dalle preoccupazioni, dai sensi di colpa dell’età adulta. Difficile, a questo punto, prevedere se prevarrà lo scandalo di fronte all’oltranza hard di parecchie immagini o il senso di saturazione indotto dal tentativo di riempire ad ogni costo il vuoto di senso, l’incapacità evidente di reggere al gioco che si è deciso di giocare. Wayne Wang ha detto di essersi ispirato ai comportamenti reali della comunità generata dal boom dei puntocom. A noi sembra, al contrario, che The Center Of The World alluda piuttosto ai comportamenti di quella fetta d’umanità assai più diffusa che ha deciso di azzerare la propria conoscenza del mondo, nella convinzione che lo schermo di un computer collegato ad Internet non sia altro che un finestra aperta su un mondo chiuso. © 2001 reVision, Marco Marinelli |
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