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Il Destino Di Un Cavaliere

A Knight's Tale - 2h 10'

Regia: Brian Helgeland



Le audaci imprese del cavaliere plebeo William, alias Sir Ulrich von Lichtenstein, accompagnato dai suoi fidi scudieri Roland e Wat, dalla ferraia Kate e dal grande poeta (nonché maldestro giocatore d'azzardo) Geoffrey Chaucer. Sulla sua strada: l'acerrimo nemico Duca Adhemar e l'incantevole principessa Jocelyn...
Il Destino Di Un Cavaliere galoppa imbizzarrito in tutte le direzioni: Highlander (le musiche dei Queen sono le tracce evidenti di questo debito), Excalibur, il Robin Hood di Kevin Costner, forse anche i due inarrivabili Brancaleone di Monicelli, o addirittura Non Ci Resta Che Piangere di Benigni-Troisi, saltando da un registro all'altro senza apparente motivo, protetto dall'alibi di un postmodernismo ormai volgarizzato. A parte ciò, l'impiego della musica rock per il medioevo sarebbe di per sé una trovata briosa e divertente; ma il fatto che intervenga direttamente in scena solo due volte (nel primo torneo e durante il ballo di corte: il resto è pura colonna sonora "over") lascia il sospetto che si tratti di un'idea inserita "in corsa", a riprese già iniziate, tanto per aggiungere un tocco di stravaganza in più.

A volte, in film poco riusciti è facile intravedere la brutta copia di un altro film. E da questo punto di vista, la versione buona de Il Destino Di Un Cavaliere è Moulin Rouge. Il film di Luhrmann e quello di Helgeland sono il risultato eccellente e mediocre di pochi suggestivi postulati: l'idea che il cinema sia l'ultimo fantasmagorico calderone della Storia; che il più grande spettacolo cinematografico non sia altro che la descrizione di un altro spettacolo; che il passato sia uno sterminato catalogo di immagini e suoni attraverso cui ricomporre lo specchio frantumato del presente. Il gioco è identico. Ma al contrario del suo emulo, Moulin Rouge lo interpreta con coerenza ammirevole, poiché il turbinio sonoro di Luhrmann non è che il naturale prolungamento di due secoli di caricature e rielaborazioni.

Ripercorriamone la vicenda: il cancan nasce come variante licenziosa del galop, figura di chiusura della quadriglia; nel 1832 viene presentato al Théatre des Variétés di Parigi come spettacolo a se stante, riscuotendo un immenso successo in tutta Europa; il celeberrimo cancan di Jacques Offenbach vede poi la luce nel 1856, come dissacrante ballo finale nell'operetta "Orfeo all'inferno"; nel 1886, Camille Saint-Saens riprende questo brano e (con la sfrontatezza di un DJ dei giorni nostri) lo rallenta in modo esilarante, per ottenere il "tema della tartaruga" nel suo "Il carnevale degli animali"; nel 1889, con l'apertura del Moulin Rouge, il galop di Offenbach viene ancora una volta estrapolato dal suo contesto e riportato alla danza sfrenata che conosciamo oggi. Il cancan postmoderno di Luhrmann è dunque questo: come Saint-Saens rallentava Offenbach che sbeffeggiava l'appassionato cantore Orfeo, così Luhrmann mixa Elton John con i Beatles, i Nirvana con Sting, per una parodia al cubo che può anche somigliare a un omaggio.
Il Destino Di Un Cavaliere vorrebbe insegnarci che i nomi, le discendenze o i blasoni nobiliari sono nulla di fronte alla volontà e al talento di un singolo uomo; ma è strano constatare come questa morale possa essere ritorta contro il film stesso. Baz Luhrmann, Brian Helgeland... Le vertigini, le sincopi, l'agitazione e l'impazienza di Moulin Rouge ci resteranno scolpiti negli occhi per anni; Il Destino Di Un Cavaliere lo dimenticheremo domattina. Sarebbe bastato forse invertire quei due nomi, e anche il destino dei due film si sarebbe capovolto.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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