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Catwoman

1h 37'

Regia: Pitof



Secondo la fantasia di Bob Kane, che la volle come sexy antagonista di Batman, Catwoman è la bianca Selina Kyle, figlia di un alcolizzato, la quale, per sfuggire da una vita ordinaria, si trasferisce a Gotham City dove, mascheratasi da gatta, mette in pratica le proprie doti acrobatiche per inaugurare la sua carriera criminale. Divenuta eroina dalla pelle nera per la prima volta in una serie televisiva degli anni ’60, Catwoman torna bianca nella sensuale e perfetta interpretazione di Michelle Pfeiffer in Batman, il Ritorno (1992) di Tim Burton.
Nel film di Pitof Catwoman, di nuovo nera e interpretata da Halle Berry, cambia completamente identità, trasformandosi nella timida e anonima Patience Philips, disegnatrice presso la Hedare Beauty, casa di cosmetici dell’inetto George Hedare (il redivivo Lambert Wilson) e della cattivissima e bellissima moglie Laurel (Sharon Stone). Sfortuna vuole che Patience venga sorpresa mentre ascolta uno di quei dialoghi che è sempre meglio non sentire: la crema miracolosa che l’industria per cui lavora si prepara di immettere sul mercato è letale (invecchiamento precoce e deformazioni mostruose, mal di testa e altri terribili sintomi collaterali). La futura Catwoman incontra una morte atroce, ma una particolare razza di felino - pronipote del gatto adorato nell’antico Egitto - la resuscita donandogli straordinari poteri.
Su questa novità nell’identità di Catwoman si sviluppa un giocattolo scacciapensieri costruito secondo effetti speciali notevoli - bisogna confessare che il momento in cui il gatto Midnight ridona la vita a Patience è molto suggestivo -, in cui antichi miti e nuovi adepti si mescolano con la semplicistica tesi per cui essere totalmente liberi significa avere a disposizione un grande potere. Uno stravolgimento che fa dell’eroina dei fumetti dall’affascinante criminale che è sempre stata, una non meglio precisata creatura i cui poteri ancora al di fuori del proprio controllo la coinvolgono inizialmente in azioni disoneste, in ingenui errori di percorso che la incriminano di delitti, ed infine nel classico sentimento di vendetta nei confronti di chi l’ha uccisa.

I fumetti nel bene e nel male incarnano sempre una metafora dei tempi in cui prendono forma. Se Catwoman di Kane è tra i primi personaggi femminili il cui forte carattere e l’enorme sensualità (felini e sesso corrono a braccetto da sempre) divengono il mezzo con cui descrivere una donna sempre più liberata dai tabù culturali e sociali, alla ricerca di un’indipendenza che spaventa e attrae irresistibilmente gli uomini, la Catwoman di Pitof è essenzialmente una bomba del sesso il cui costume nero di pelle non lascia nulla all’immaginazione, e la cui onnipresente frusta richiama, senza por mezzo alcun dubbio, pratiche sadomaso. Anni luce dalla sensualità penetrante della Catwoman/Pfeiffer che riuscì a provocare nel controllato Batman (un eroe dapprima in odore di omosessualità, poi un vero e proprio asessuato nonostante il tentativo di riabilitazione offertogli da Batgirl) un sussulto carnale di assoluta novità per il supereroe.
Il film si lascia trascorrere senza nulla di eccitante se si eccettua la bellezza della Berry, tra maschietti che vagano senza meta nella loro inconsistenza, e le numerose scene di azione tipiche del genere ridotte alfine a mero optional per giustificare l’ancheggiare insistito dell’attuale sex symbol nero - che, ammettiamolo, nonostante si comprendano molti dei nostri amici uomini presi da una sanissima passione per lei, deve mangiarne di polvere per arrivare al livello della Stone.
Parlarne oltre sarebbe veramente troppo, per cui un altro piccolo appunto...
Un solo mau! per Catwoman è davvero molto poco - e dire che questa volta è più gatto che mai, almeno biologicamente.

© 2004 reVision, Emanuela Liverani