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Caterina Va In Città

1h 46'

Regia: Paolo Virzì



Via da Montalto di Castro, destinazione Roma. Frustrato insegnante di ragioneria, Giancarlo Iacovoni (Sergio Castellitto) è preda di un'irrequieta smania di rivalsa sociale che lo tormenta giorno e notte e si ripercuote su moglie e figlia. Agata tenta invano di adeguarsi al modello intellettuale che il marito le impone, ricoprendola di complessi. Caterina, adolescente semplice e ingenua, si ritrova in una scuola divisa tra comunisti e fascisti, dove le due amiche più carismatiche se la contendono come un trofeo...
È il Ritmo il segreto della commedia. Virzì lo possiede e nessuno glielo toglierà mai. Sa scolpire un personaggio con un abito, un gesto e due battute. Sa come accelerare, quando fermarsi e perché ripartire. Sa come creare effetti narrativi che non si dimenticano. Sa costruire tutta un'ora di film basata sugli universi paralleli di Destra e Sinistra, tra ricchi beceri e intellettualoidi mollicci (vedi Ferie d'Agosto), in accordo con la visione del mondo del suo protagonista. Ma sul più bello sa piazzare la scena in cui il deputato di AN (Claudio Amendola) e l'ideologo progressista (Flavio Bucci) si incontrano faccia a faccia sotto gli occhi di Iacovoni e, con suo sommo orrore, si sorridono, si trovano simpatici, e si salutano tra abbracci e pacche sulla spalla. È qui che il film decolla.

Il cinema è anche un fatto di altimetria. Perché i nuovi registi italiani sono di due tipi: quelli che sanno restare a terra, e volare soltanto nei momenti giusti; e quelli che vogliono toccare il cielo dall'inizio alla fine, rischiando il tonfo ad ogni sequenza. Virzì è del primo tipo. Recupera situazioni già viste e stereotipi quasi trentennali, dona loro una freschezza nuova nutrita di evidenza e velocità, e li restituisce al pubblico per ciò che sono: commedia all'italiana allo stato puro. Più ambiziosi e meno abili, i registi del secondo tipo (Ozpetek, Muccino) manipolano gli stessi stereotipi, ma per dirottarli verso un mal compreso "melodramma poetico", e piombare senza ritegno nella telenovela. Un solo esempio: Virzì omaggia Una Giornata Particolare di Scola nella scena della seduzione tra i panni stesi sul tetto del palazzo, e ancor più negli sguardi incrociati tra Caterina e il suo ammiratore segreto tra i due appartamenti confinanti. È proprio lei, la famosa e celebrata "finestra di fronte": ma paragoniamo lo stile scanzonato e brioso con cui Virzì rielabora il tema, alle pesanti e piagnucolose gocce di memoria dell'ultimo Ozpetek...

Anche lo Iacovoni di Castellitto è saturo di immagini passate: oltre ad essere una nevrotica auto-parodia da L'Ora di Religione, è la versione 2003 del mai realizzato Moraldo Va In Città di Fellini, del Sordi disperato di Una Vita Difficile e Il Maestro di Vigevano, e soprattutto del Satta Flores di C'Eravamo Tanto Amati, che sogna di diventare un grande critico cinematografico e finisce col litigare con Mike Bongiorno a "Lascia o raddoppia". Ma i tempi cambiano e così i campi di battaglia catodici, e a Iacovoni toccherà accapigliarsi con Maurizio Costanzo. In un universo figlio della cultura televisiva, Castellitto ritrae un uomo sconfitto dalla televisione, che all'improvviso fugge in moto agli antipodi del mondo (Cuba?), sulle orme di tanti Manfredi e Gassman degli anni '60.
Caterina va in città e attraversa un'impeccabile galleria di ambienti, gerghi, odori, sfumature, miti e conventicole, lungo la quale Virzì si dimostra il Dino Risi dei nostri tempi. Vedi la tombolata con i parenti insopportabili, mentre la voce che Iacovoni sarà ospite di Costanzo vola sussurrata di bocca in bocca, come una rivelazione divina. Le braccia agitate di Margherita Buy che riemerge sempre trafelata dalla cucina con un piatto fumante. I salotti snob straripanti di libri, sigarette e tazze da tè. Le ville isolate dei ricconi, col bambino asservito alla PlayStation dentro un salone immenso. La fattoria alternativo-chic di Bucci. L'autista stracco e pazientissimo che trascorre la notte scarrozzando sull'auto ministeriale la figlia dell'onorevole e le sue amichette. La festa in discoteca in onore della Lazio. Il coro fascista al pranzo di matrimonio, con i reduci di galera che stringono la mano all'onorevole e lo pregano "di non dimenticare". E tanti camei piazzati a pennello: Benigni alla marcia della pace, Placido che incassa l'ennesimo elogio del commissario Cattani, Giovanna Melandri che attacca Amendola in Tv... Paesaggio italiano di inizio millennio, radiografato con precisione chirurgica, quasi sempre dolorosa.

© 2003 reVision, Dante Albanesi