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Casomai1h 44'
Regia: Alessandro D'Alatri Per un regista che viene dalla pubblicità, due sposi sono prima di tutto due "consumatori": un target ben identificato, universalmente
diffuso e potenzialmente inesauribile, la cui esistenza è sin dal principio regolarmente scandita da una serie di "esperienze", caratterizzate dall'emergere di nuovi bisogni
(amore, lavoro, vacanza) e dunque di nuovi beni da desiderare e possedere. Ma allo stesso tempo (è la felice intuizione di D'Alatri) gli sposi sono anche un "prodotto", un
bene primario costantemente sottoposto al giudizio di un immenso pubblico di utenti, suddiviso in poche rigide categorie: "genitori", "parenti", "colleghi di lavoro", "amici", "amanti"...
Casomai si muove tutto su quest'ambivalenza: il contrasto tra un intimo desiderio di indipendenza e l'indistruttibilità di catene sociali che regolano ogni gesto del singolo, spronano ogni sua mutazione. La vicenda di Stefania (Stefania Rocca) e Tommaso (Fabio Volo) è il destino di ogni merce, per la quale non è previsto alcun libero arbitrio. Si sposano in chiesa non per fede, ma perché è ciò che la famiglia si attende da loro. Vanno a vivere in un grande palazzo del centro perché così vuole il padre di lei. Ed è sempre la logica del mercato, del continuo miglioramento e della competitività degli articoli di consumo, a sconvolgere le loro vite: Tommaso perde il lavoro di pubblicitario perché rimpiazzato da un collega (cioè da un esemplare "più efficace"); e ancora la pubblicità cambia la vita di Stefania, quando da un momento all'altro viene riconvertita da truccatrice a modella. É significativo che l'immagine simbolica che Tommaso e Stefania hanno della loro unione è quella di due pattinatori sul ghiaccio; ovvero: il matrimonio non come semplice e autonoma scelta di vita, ma come performance a tempo, largamente prevista in anticipo, da sottoporre ad un pubblico e ad una giuria, nella speranza di un buon voto... Perfino la celebrazione dello sposalizio, lunghissima scena tutta giocata al confine con l'onirico, si tramuta all'improvviso in una seduta di giudizio collettivo sulla novella coppia, con il prete (interpretato con candore e ironia da Gennaro Nunziante) nelle vesti di provocatorio moderatore che sciorina statistiche e futuri possibili. Da quest'ottica, i momenti più significativi del film sono proprio nelle sequenze che inaugurano ogni nuova "svolta" dei due protagonisti: un frenetico montaggio attraversa più volte l'intera fauna umana che da sempre li circonda e li tormenta, raccogliendo i loro più disparati commenti, dalla critica acida all'entusiasmo solare. Quasi la parodia di un sondaggio televisivo, o forse l'incubo di un pubblicitario. Per una volta, i termini "carino" e "gradevole" possono essere applicati al cinema italiano nella loro accezione positiva. A D'Alatri va riconosciuta l'intelligenza di una sceneggiatura strutturata su pochi concetti astratti (confrontiamola, ad esempio, con le banalità sul mondo pubblicitario propalate da What Women Want o Sweet November: prodotti vuoti per spettatori svuotati). Ma all'elogio si aggiunge il rimpianto per non aver voluto portare il ragionamento alle estreme conseguenze, cioè ad una vera e propria critica materialista dell'istituzione matrimoniale, fermandosi invece sul limite di una simpatica (e assai più vendibile) commedia agrodolce. © 2002 reVision, Dante Albanesi |
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