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La Vendetta Di Carter

Get Carter - 1h 42'

Regia: Stephen T. Kay



Carter torna a Seattle per scovare gli assassini di suo fratello, ma ben pochi hanno fiducia nella sua missione. E il sarcasmo che è costretto a incassare attraversa il personaggio e arriva dritto all’attore che lo incorpora: Sylvester Stallone, ex Rocky-Rambo in cerca di allori lontano dal Vietnam e dal ring, inimitabile emblema di quel cinema muscolare anni ’80, rude, anti-cerebrale e fragorosamente destrorso. "È ora di prenderti una pausa. Le cose sono cambiate da quando c’eri tu", gli sibila addosso Mickey Rourke, altro desaparecido di quel decennio. "Riappari dopo cinque anni e pensi di rimettere a posto le cose?" lo schernisce Miranda Richardson, vedova di suo fratello. E, sempre più esplicito, alla fine ancora Rourke sbotta: "D’accordo, facciamoci allora la solita scazzottata." Come a dire: mai potremo fuggire dai nostri cliché, essere diversi da come il pubblico ci ha schedati... Ma è proprio questa fuga che La Vendetta Di Carter vorrebbe mettere in scena: Stallone gira il remake di un film del ’71 di Mike Hodges, dove uccide proprio l’attore (Michael Caine) che trent’anni prima aveva occupato il suo stesso ruolo. Sopprime il proprio sosia e il proprio passato per essere libero di diventare qualcos’altro: non più icona inamovibile, ma interprete mutevole.

Per quali misteriosi meccanismi alcuni divi, pur restando sempre uguali a se stessi, da una stagione all’altra diventano irriconoscibili agli occhi degli spettatori? Il problema è che, a differenza del suo simmetrico rivale Arnold Schwarzenegger, nella sua carriera di successi planetari e immonde bufale Stallone non ha mai incontrato il suo Cameron, non ha mai avuto la fortuna o l’astuzia di sdoganare con una patente d’autore le proprie erculee peripezie. Pensiamo, ad esempio, al sottile gioco metalinguistico che Cameron costruì attorno agli stereotipi degli eroi "buono" e "cattivo" nei due Terminator: Schwarzy che nel primo episodio uccide il protagonista, mentre nel secondo salva la vita a suo figlio. E pensiamo a quello che avrebbe potuto inventare nell’altrettanto intrigante scontro Stallone-Caine, corpo doppio di una singola anima. Oppure, per citare un soggetto molto simile a Carter, ricordiamo l’operazione geniale che fa L’Inglese di Soderbergh, quando riprende Poor Cow, esordio di Ken Loach del ’67, e ne gira il "seguito" con Terence Stamp invecchiato, riconvertendo le immagini del film passato in flashback del film presente.

A Stallone invece tocca Stephen Kay, che lo sommerge di acquazzoni intermittenti e ralenti insensati. Un peccato perché, nel film forse più "personale" della sua carriera, Stallone sfodera un’interpretazione di tutto rispetto, ben impostata su una sapiente alternanza di rigidità, stanchezza, inquietudine. E questo blocco di granito semovente in giacca e cravatta, istoriato di cicatrici e tatuaggi, capelli corvini, faccione gonfio e ammaccato, palpebra calata e pizzetto, è ancora disperatamente alla ricerca di un autore che sappia offrirgli una seconda possibilità.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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