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Cars - Motori RuggentiCars - 1h 54'
Regia: John Lasseter e Joe Ranft Pronti? VIA. Ormai è un marchio di fabbrica. Come una casa automobilistica che ad ogni nuovo modello deve garantire prestazioni superiori
al precedente, la Pixar affianca la perfezione e gioca a sorpassarla. Trasformando il film in una corsa e la recensione in cronaca sportiva.Partenza. Motori al massimo già al primo allungo. Tutto l’incipit, con la presentazione dei concorrenti e la loro febbrile guerra di sorpassi, è una stordente parodia (anche un po’ cattiva) dello stile adrenalinico di cui è ormai imbevuta ogni trasmissione sportiva. Attenzione: non è la Formula 1 "europea" col suo profilo organico di rettilinei curve varianti; ma il più prevedibile dei circuiti americani ad anello: astratto e pragmatico cerchio che gira ipnoticamente su se stesso, trascinando con sé i concorrenti, gli sponsor, i media, il pubblico. La fabbrica del denaro fatta moto perpetuo. Fine primo giro. Svolta improvvisa. Perché Saetta McQueen, il giovane eroe tronfio egocentrico megalomane di quel prologo forsennato, ha bisogno (come secoli di narrativa pretendono) di rimanere solo, di smarrirsi in un lungo cammino penitenziale assai più tortuoso e sconnesso dell’asfalto luccicante con cui la società dello spettacolo lo aveva svezzato. Un pellegrinaggio forzato che ci restituirà un Saetta profondamente mutato, finalmente amabile. È la fase notturna di Cars, dove a riempirci gli occhi sono i temerari svincoli dell’autostrada, il caos cieco del traffico, gli improvvisi abbaglianti dei bolidi contromano, e uno scontro tra tir insonnolito e banda di moto-teppisti che è già da antologia. Incidente. Restiamo bloccati in mezzo al deserto. Perché Cars è un film che parla di velocità, ma che devia verso l’Elogio della Lentezza. Che predica la rinuncia alla competizione per parcheggiare tra le gioie minime della vita di provincia, nell’esistenza a due cilindri di un universo piccolo. Natura/Civiltà. Casa/Mondo. Al di là delle differenze di stile e qualità, molta animazione recente (Madagascar o Robots) si fonda su questi contrasti: due habitat assolutamente inconciliabili, il cui scarto provoca l’allargamento dello spazio e la sua progressiva eccitante scoperta. Ma Cars compie il viaggio inverso: dal grande al piccolo, dal pericoloso al sicuro. Così, con cambio di registro da grande autore, Lasseter abbandona l’iniziale ritmo "fast and furious" e si aggancia agli stilemi del road-movie e del western classico. Siamo a due terzi del percorso. Un’inversione ad "U" scopre inattese emozioni. È lo struggente flashback nel quale la Porsche Sally rivela a Saetta il passato di quel luogo
dimenticato da Dio: la mitica "Route 66", un tempo principale arteria tra Est e Ovest degli USA, e oggi tristemente cancellata dall’avvento delle autostrade. Emblema di un tempo
– o di un’era – in cui l’atto del viaggiare non era solo un punto X da raggiungere, ma anche la somma di tutti i punti che si sfioravano per raggiungerlo.Arrivo. Proprio come nel più canonico dei western, è un ritorno alla partenza. Saetta McQueen viene scovato dagli organizzatori della Piston Cup e trascinato volente o nolente alla grande corsa finale. Qui, aiutando un vecchio avversario disastrato a completare la gara, dimostrerà che la sua temporanea fuga non è stata vana, e che la vera grandezza non sta nel vincere ad ogni costo, ma (come già insegnavano Gli Incredibili) nel saper arrivare secondi. Fine gara: commento a caldo. Cars è l’esempio di un linguaggio ormai all’apice della propria consapevolezza e autoreferenzialità, che sa giocare con se stesso e i propri segni toccando vertici di inaudita complessità barocca. Lo dimostra una resa iconografica degli ambienti che ha abbandonato ogni edulcorazione disneyana e che compete ormai con il realismo fotografico; o la tecnica del "ray tracing" che consente alle carrozzerie delle auto di riflettere con stupefacente verismo l’ambiente circostante; e soprattutto la sequenza finale, quando i protagonisti si ritrovano in un Drive In dove proiettano un’antologia Pixar (da Alla Ricerca di Nemo a Monsters & Co.), ma con una geniale variante: i personaggi trasformati in automobili! Tutto ciò è un marchio di fabbrica. Promessa da mantenere che è anche condanna. In tutto questo frastuono nessuno ascolterà la nostra voce... ma forse l’unico modo per la Pixar di andare avanti è di porsi (almeno per qualche tempo) lontana da questo moto perpetuo, da questa corsa al rialzo che è diventata il cinema d’animazione contemporaneo. E di produrre qualcosa di diverso. Magari di lento, magari di imperfetto. © 2006 reVision, Dante Albanesi |
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