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Il Caricatore

1h 30'



Che cos'è il cinema? Il cinema è la vita e la vita è il cinema, ed entrambi sono una partita di pallone. Per questi tre ragazzi naturalizzati romani, provenienti da culture, esperienze lavorative, situazioni personali diverse, fare questo film è stato, da un certo momento in poi, lo scopo della loro vita e per questo hanno investito totalmente la loro anima e il loro corpo. Un film sul film, quasi un film in fieri, perché in effetti narra certi eventi accaduti realmente in riferimento alle varie fasi di lavorazione del film stesso. Un film sulla vita, una grande metafora su quello che si verifica nella vita quando ci si mette in testa di realizzare un sogno, e quindi anche un film sui sogni, ma che di onirico non ha tutto, anzi deve molto ai grandi maestri del cinema neo-realistico, anche se il modello cinematografico più citato dai ragazzi è 8 e Mezzo. La stessa pellicola in visione nelle sale, essendo un 16 mm gonfiato a 35, rimanda a qualcosa di poco definito e quindi di onirico, sgranata com'è. Ma allo stesso tempo le situazioni, non solo perché molto simili a quelle che si verificano nella realtà, sono molto realistiche, a volte appunto addirittura neo-realistiche, come neorealistici sono certi volti presi dalla strada, come di un neo-neorealismo minimalista è il soggetto che ripropone ogni volta Massimo, quello dell'uomo solo che si alza, si guarda allo specchio, prende il caffè, scende per strada e vede gente che si affanna..(il tormentone metacinematografico del film). Ma soprattutto c'è una mescolanza di stili, che va dalla commedia al documentario, che non distrurba affatto ma che ci regala un film di grande armonia. C'è molta ironia, poco autocompiacimento, proprio grazie al fatto che il film è stato non solo scritto, ma anche diretto da tre persone. Qua e là sono inserite delle riflessioni esistenziali che non disturbano, sia perché sono fatte anch'esse senza perdere di vista un certo distacco e una certa ironia nei confronti della materia che si sta trattando, visto che è comunque inserita in un contesto leggero, sia perché sono effettivamente evocate qua è là, come diceva uno degli autori, Eugenio Cappuccio, dal tipo di immagine e di fotografia scelti. La forma si sposa con la sostanza, ed ecco che questo bianco e nero sgranato, capace di forte capacità di evocazione e di malinconia, fa spazio da sé a piccole riflessioni, a timide evocazioni, a un riferimento fisiologico a ciò che presto non sarà più, una pellicola che va verso la decomposizione, ma che allo stesso tempo è ancora in grado di salvare l'uomo, ancora più effimero di essa.

La storia è semplice, lineare. Tre giovani, proprio loro, Eugenio, Massimo e Fabio, che cercano di fare un film, utilizzando un primo caricatore, di cui fortuitamente si trovano in possesso, come inizio e incentivo per il resto del film. E in effetti questo film nasce proprio così, perché è il prolungamento di un cortometraggio realizzato dagli stessi autori per la Boccia film (Boccia è un regista di serie C del cinema italiano, che ha girato oltre 50 film, visitando i generi più disparati). Così ci vengono raccontate le vicissitudini di questi tre ragazzi, tra un produttore appassionato di calcio, che costringe Fabio a giocare nella sua squadra (lo stesso produttore del film, Gianluca Arcopinto), e un datore di lavoro che non paga; dalle interferenze date dalla famiglia di Massimo e dal lavoro di Eugenio, agli alti e bassi degli umori dei tre che passano dal credere profondamente nel progetto a odiarlo con la stessa intensità, momenti di lotta, momenti di abbandono, di gloria e di sconfitta, di spinte e di ritardi, di fortune e di sfortune, di difficoltà, insomma, come è la vita. E dalla vita reale arrivano una serie di personaggi, amici e familiari dei tre registi ed interpreti, oltre a personaggi del cinema che interpretano se stessi per un attimo, nella partita di pallone. Film di medie ambizioni, né troppo alte , né troppo basse, né da grande pubblico, né da pubblico di soli cinefili, non stupido, prodotto a basso costo con un considerevole e coraggioso aiuto da parte di Mediaset, ci auguriamo veramente che possa incontrare i gusti di un buon pubblico, buono come numero e come qualità. Di film così in Italia ce ne sono veramente pochi e non perché questo sia un capolavoro, ma perché non c'è mai la possibilità per farli. Educare anche il pubblico delle sale a vedere dei prodotti italiani che non siano solo i film di denuncia cosidetti, o i film cretini, può portare a dei risultati inaspettati. Questo film potrebbe essere il preludio a qualcosa di più interessante nelle produzioni italiane. Di per sé il film è un film intelligente, senza sbavature, un po' fiacco nel secondo tempo dove tende a ripetersi, con una forza visiva notevole, una narrazione fluida anche se non esiste una trama vera e propria, un coraggioso omaggio al grande cinema, senza avere la pretesa di esaurire tutti i discorsi possibili sul cinema, un' abilità nel montare e armonizzare la storia e nel far partecipare lo spettatore, una serie di trovate divertenti e spesso originali (come quella della squadra di pallone per poter esser presi in considerazione dal produttore, che tra l'altro pare sia quasi vera, la realtà come si dice può decisamente superare la fantasia). Bhè, cosa volete di più?

© 1997 reVision, Raffaella Mastroiacovo