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Caramel

Sukkar Banat - 1h 34'

Regia: Nadine Labaki



L’immagine di Beirut è quella consegnata dalle cronache della sua storia recente, segnata dalle devastazioni e dai lutti di un conflitto civile permanente tra le fazioni degli svariati gruppi etnici che la compongono, ad un immaginario che ne ha fatto metafora di terrore infinito ("Palermo come Beirut" titolavano i nostri giornali durante l’epoca della mattanza e delle stragi di mafia). Che la città "sous les bombes" (per citare il titolo di un toccante film visto all’ultimo Festival di Venezia) potesse rivelare i suoi colori più inediti, proprio quando nuovi venti di guerra sembrano investirla dopo la tragica parabola conclusasi nel 1990, ci risultava imprevedibile. Ed invece ecco la Beirut capitale di una curiosa post–modernità, sedotta dai costumi occidentali (come la maggioranza delle metropoli mediorientali) ma ancora in grado di conservare lo spirito delle proprie tradizioni, che diventa lo scenario ideale di un’acre commedia di costume, sul solco della magnifica retorica di Almodóvar. Ecco il piccolo miracolo di Caramel, primo lungometraggio di Nadine Labaki, attrice di successo in patria e con una carriera già avviata di regista di spot e videoclip, che tratteggia con intelligente ironia una variegata galleria di ritratti femminili, regalandoci un caleidoscopio minimalista che mette a nudo una serie d’identità speciali, alla disperata ricerca di una normalità possibile.
Il film si è fatto notare alla "Quinzaine des Réalisateurs" della recente edizione di Cannes ed è arrivato sui nostri schermi grazie alla lungimirante selezione distributiva della Lady Film.
Per la neo–autrice è solo un pretesto il metaforico ricorso, ormai consueto, alla miscela che mescola zucchero, limone e acqua buona a produrre il caramello del titolo che, dalle sue parti, viene utilizzato come ceretta per la depilazione delle gambe. A lei interessa indagare sul contrastato sapore, tra il dolce e l’amaro, dei sentimenti che agitano le sue donne in amore, tutte pervase da più o meno normali inquietudini e ognuna alla ricerca di una possibilità di esternazione, all’interno di una società tenacemente oppressiva dove il desiderio d’emancipazione fatica ad affermarsi. A Beirut persino farsi uno shampoo si trasforma in gesto liberatorio, capace d’infondere energie positive; come lo è quello di farsi tagliare i capelli, per una donna scelta anticonformista ad affermare il primato della bellezza interiore a dispetto di quella soggetta alle regole convenzionali.

Questo fa sì che la Beauty Farm, che è il luogo generatore delle vicende di Caramel, divenga la zona franca dove trovano rifugio le sue protagoniste. La proprietaria del salone è Layale (interpretata dalla stessa Labaki), una giovane di fede cristiana votata anima e corpo alla relazione con un turpe uomo sposato, e questa come trasgressiva, indefessa adesione ai principi dell’amour fou (cosi quel che costi). Per la sciampista Rima (Joanna Moukarzel), che cova una struggente passione saffica, i rituali quotidiani a contatto con i capelli delle clienti costituiscono il surrogato erotico di un’estasi proibita. Il gioco di attrazione e frustrazione s’innesca, per lei, con una misteriosa donna (Fatmeh Safa), dotata di un look da copertina patinata, decisa a disfarsi della propria lunga, magnifica chioma nera portata come un fardello: una rinuncia dolorosa vissuta da entrambe come speciale. Tra gli altri personaggi che affollano il luogo c’è la ventottenne Nisrine (Yasmine Al Massri), collega e amica di Layale, una musulmana pronta alle nozze secondo i crismi della propria religione ma riottosa nel confessare al futuro marito la verginità perduta; è c’è la stagionata Jamale (Gisèle Aouad), abituale frequentatrice del salone, che nasconde alle amiche l’incipiente menopausa avendo deciso di reagire all’abbandono del consorte (fuggito con una giovane amante) coltivando la dedizione per i figli e la tardiva aspirazione ad entrare, da attrice, nel dorato mondo dello spettacolo (la verve con la quale esorcizza la propria pausa d’invecchiare genera situazioni assai godibili). La sessantacinquenne sarta Rose (Sihame Haddad), che incarna quella disposizione al sacrificio tipico della generazione più anziana, è la comare del vicinato, dedita all’ingombrante sorella maggiore (un po’ matta) Lili (Aziza Semaan), ma ancora pronta a rifarsi una vita, dopo aver rinunciato al matrimonio, accanto al coetaneo Charles (Dimitri Staneofski): il suo è, tra tutti, il personaggio più struggente a cui è affidato l’impalpabile retrogusto poetico del film. In questo ben strutturato intreccio di destini femminili, che ha echi rintracciabili anche nella storia del nostro cinema degli anni ’50 (le commedie di Franciolini, gli spaccati di vita firmati dal grande Emmer), Nadine Labaki dirige con sicuro gusto sottolineando i contrasti tra la solarità degli ambienti e l’ombrosità interiore delle sue anime allo sbando impegnate a tentare di uscire dal cul de sac della loro condizione soggiogata, in nome di regole arcaiche difficili da imporre in questa nostra epoca di globalizzazione massmediaticamente guidata.

A conferire un tono di decisiva freschezza e verità a questa commedia amara contribuiscono non poco le bravissime interpreti (abilmente scelte tra non professioniste), sostenute dalla felicissima scrittura dei dialoghi, dall’accorta economia dei movimenti di macchina (che sanno inquadrare espressioni rivelatorie mai enfatiche e col dovuto pudore) e la bella fotografia di Yves Sehnaoui che vivifica con precisione i contrasti cromatici tra esterni ed interni, accendendo l’atmosfera del racconto. La colonna sonora di Khaled Mouzanar evoca la sostanza di una tradizione musicale che trova suggestiva risonanza nei rituali (fatti di canti e di sonorità affascinanti) di processioni e matrimoni che il film mostra senza alcun compiacimento "esotico". Per il suo garbo e la sua efficacia, Caramel ci ha ricordato un altro film visto a Cannes (nella "Semaine de la Critique" dove ha vinto la Camera d’Or), ovvero Meduse, incursione visivamente assai vivida nelle crisi personali di un gruppo di donne sole, immerse in una Tel Aviv davvero inedita. Come in quel film, l’esordio della Labaki è ben capace di mettere in rilievo identità individuali all’interno di una composizione corale che ha il dono della leggerezza: il suo universo tutto al femminile prevede che i caratteri maschili restino in sottofondo come presenza incombente e qualche volta pericolosamente ingombrante (se l’anziano Charles viene delineato con affetto, come il personaggio del poliziotto dall’animo romantico, dello spregevole amante di Layale, durante gli incontri clandestini consumati in una stanza di hotel, non viene mostrato mai il volto). Le acute notazioni sul rapporto ancora troppo stringente tra morale religiosa e morale pubblica assumono connotazioni da leggere in chiave politica, anche se l’assunto di Caramel appare concentrato a favore di un appello alla libertà (erotica, certamente, ma soprattutto sentimentale ed emotiva) rivolto a tutte le donne dell’Oriente e dell’Occidente del mondo, ansiose di ritrovarsi complici degli uomini, senza più alcuna inutile belligeranza tra sessi. E chissà se una tale pacificazione non possa far del bene alla Beirut della guerra infinita di cui non vorremmo più leggere le infauste cronache.

© 2007 reVision, Francesco Puma