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Truman Capote: A Sangue Freddo

Capote - 1h 54'

Regia: Bennett Miller



"Rabdomante dell’orrido": è una definizione stringente ed evocativa di Capote personaggio e scrittore che si deve alla prosa screziata ed acutissima di Emilio Cecchi, sgomento di quanto avesse del portentoso la facoltà mostrata dal nostro (nell’evocare, e quasi provocare, la corruzione e la distruzione intorno a sé).
Il grande critico fiorentino scriveva del leggendario Truman e del suo maturato scandalo già all’alba degli anni cinquanta, mentre l’Italia delle barricate culturali, assai impaziente di scrollarsi di dosso il tanfo di un provincialismo mal sopportato soprattutto dall’elite più scalpitante ed engagée, scopriva l’aspro talento di un enfant prodige destinato a diventare un Re Mida delle lettere in grado di trasformare in perla poetica qualunque scampolo di cronaca od occasione di reportage, per poi in seguito ridursi, nel corso di uno straziante declino da lui stesso centellinato fino alla feccia, in una specie di collodiano omino di burro da paleo - circo mediatico, sterile fino all’autocompiacimento e disposto a lasciarsi consumare dai vizi e vezzi della upper - gay - class newyorkese, foriera questa di provocazioni sontuose quanto innocue e vessillo di un cinismo politicamente scorretto, il quale fu capace di macinare, in quel tempo, talenti brillanti assieme a vite without a cause, in sintonia coll’avvento della franosa stagione del "sesso, droga e rock’n roll". Ma al di là della sua maschera da gesuita modello Harper’s Bazar, al di là dei suoi modi snobisticamente untuosi e di quella effeminata e stridente vocetta che pareva uscire da un microfono Eiar, Capote era davvero uno scrittore di razza, con la sua spregiudicata e spiazzante modernità (a superare il sommo Faulkner e l’Hemingway a quei tempi già classico) che lo conduceva ad impervie ed inusitate contaminazioni, a votarsi all’abissale ispirazione poetica di Edgar Allan Poe o a respirare l’acre, densissimo fumo letterario di Cocteau.
Di "rabdomanti dell’orrido" ne giravano tanti lungo la pista, assai affollata, del made in Usa dei grandi narratori: tra tutti, però, pochi possedevano, al pari di Capote, una grazia anti-umanistica a tal punto intinta nel veleno di una prosa densa e colorita, fino allo spasimo, decisa a trasfigurare la realtà provandone così a sondare la più intima qualità metafisica.
Il Truman che ci racconta questo sorprendente film dell’esordiente Bennett Miller è l’evocatore di distruzione già affermato dopo il folgorante esordio di "Altre voci, altre stanze", dopo i magnifici racconti di "Un albero di notte", gli exploit giornalistici e la conferma del suo secondo romanzo, "L’arpa d’erba"; è il cicisbeo sornione coccolato dalla società letteraria, la stessa che ne fece un modello per ammiccanti sfottò salottieri; è il guastatore snob della Fabbrica dei Sogni hollywoodiana a cui il nostro seppe regalare Holly Golightly, incantevole escrescenza della finzione femminile, personaggio della memorabile Colazione da Tiffany poi resa cinematograficamente carne e lacrime dell’accoppiata Audrey Hepburn - Blake Edwards.

Truman Capote sui grandi schermi del 2005 è tutto quello che avreste voluto da un biopic comme il faut e non vi è stato (quasi mai) dato; è un variegato gioco di specchi utile ad identificare il mistero di un’identità ambigua e fascinosa, però mai enfatico come certe aberrazioni inacidite di o alla Ken Russell, mai banale come qualche compitino destinato all’Academy Awards sui tanti Shakespeare e Mozart e maudit otto-novecenteschi della ormai vetusta cinetradizione postromantica che ci ha riproposto fino alla nausea il fortunato assioma genio uguale sregolatezza.
Siamo invece dalle parti della migliore tradizione del realismo psicologico stilizzato e raffreddato ad arte, un P.T. Anderson (quello di Magnolia) con un retrogusto alla Arthur Penn e con la medesima essenzialità che guarda alla lezione dei classici recuperata dal più caldo Eastwood (che fu autore, non dimentichiamolo, di un cupo e sensuale ritratto di Charlie Parker). E così il talentoso B. Miller apre il sipario sulla scena dove si muove un Capote trentacinquenne del 1959 intento ad indagare circa un efferato pasticciaccio consumatosi in una quieta (e per ciò inquietante) abitazione perbene a Holcomb, nel profondo Kansas, luogo di praterie lunari. È il delitto di "A sangue freddo", nuovo e definitivo capolavoro dello scrittore. Un delitto inutile come troppi, che solitamente si concedeva allora (quindi alle soglie del devastante avvento dei talk-show più ruffiani) in forma di materia spuria per bagattelle da New Journalism o per illuminanti, raffinati elzeviri (da noi, alla Dino Buzzati, per intenderci): la vocazione sanguinaria di due esponenti del suggestivo mondo dei vinti rende visibilmente eternizzabile la famiglia qualunque dei Clutter, cancellata nel sangue per un’occasione di rapina sadicamente degenerata. È la mente di Truman, il suo tormentato talento da vampiro, ad operare la metamorfosi, ad individuare il paradigma segreto di una storia atrocemente semplice. Non bastò, al nostro agrimensore, seguire passo dopo passo l’accorta trama di una investigazione condotta con perspicace determinazione da un poliziotto locale. Dopo tutto la vita deve essere romanzo, Nonfiction novel, perché la letteratura non muoia: l’ossessiva intuizione di Truman il magnifico è la stessa che ha scosso le viscere del Moderno, che ha provocato parti assai gloriosi e, di recente purtroppo, una serie di ridicoli conati sparsi ad ampio raggio da autori piccoli piccoli per maleodoranti pozzanghere minimaliste. Forse senza accorgersene, Capote guarda al quotidiano come mito (così lontano, così vicino): il libro che egli ricavò da quel fattaccio è una partitura concettuale, teso ed evocativo come un concerto di musica concreta (molto più armonioso, però, di un cut-up di Burroughs), che esibisce un titolo simbolico come quello di una sinfonia, "A sangue freddo".

Ed è abilissimo il regista di questo film, tratto da alcuni capitoli di una puntuale e coinvolgente biografia firmata da Gerald Clarke, ad individuare la genesi pseudopirandelliana dell’autore alla ricerca dei personaggi perduti, i colpevoli del massacro familiare Perry Smith e Richard Hicock i quali, una volta ritrovatisi sotto i riflettori, pretendono almeno qualche manifestazione di pietà da parte del loro demiurgo. Una pietà che Truman non concede loro, probabilmente per un nevrotico eccesso d’identificazione specialmente con Perry (stesse infanzie macerate, stesse madri snaturate e stessa squallida solitudine annunciante patologie masochistiche di là da venire) o forse a causa di una lancinante adesione nichilistica ad un estremizzato fatalismo dei sentimenti e delle idee. Come certi protagonisti di Poe e di Pirandello, lo scrittore di successo che arriva ad assistere con sollievo alla pubblica esecuzione dei suoi perversi antieroi e che, solo dopo questo barbaro rituale di finta giustizia, riesce a terminare il suo romanzo-verità, si ritrova preda dei propri fantasmi troppo reali incautamente evocati. E in fondo, suggerisce il film, la sua amicizia condizionata dalle sbarre con l’assassino Perry somiglia ad una historiette d’amour fou (chè dopo tutto il giovane avrebbe potuto diventare, in altre occasioni, uno dei suoi hustlers, magari un po’ più rozzo di Joe Dallesandro o di Paul America, e lui avrebbe potuto contemplarlo su una spiaggia californiana, come in un film di Andy Warhol!).
Discesa agli inferi più privati e celati, espiazioni di comuni colpevolezze (l’inconveniente di essere nati?), giro di vite irreparabilmente compromettente: il regista Miller e il suo abilissimo sceneggiatore Dan Futterman ci presentano l’ambigua vicenda di un lento, intenzionale suicidio di un’intelligenza, il Capote perturbante equilibrista devastato da un’angosciosa tentazione di afasia; un uomo talmente fragile da apparire miserabile a cui alla fine non resta che voltare le spalle ad amori ed amicizie. Alla sua complice nell’inchiesta che da New York lo ha condotto in una specie di Twin Peaks dell’anima e della memoria, alla scrittrice - amica Harper "Nelle" Lee (autrice del rarefatto caso letterario, quel "Buio oltre la siepe" - titolo alla Capote - che poi divenne un buon film di Robert Mulligan), a lei la tartaruga Truman non concede, a conclusione della storia, che l’algida diffidenza dello sconfitto per vanto. Il catartico esercizio di rispecchiamento nel cuore dell’orrore ha prodotto sì un romanzo spartiacque dall’indubitabile, sinistro fascino ma ha anche fatto a pezzi, e irreparabilmente, la vita agra del suo autore.
Concentrato ora sui primi piani dello straordinario Philip Seymour Hoffman, che recita mirabilmente la sua adesione al mistero Capote, ed ora sul mitologico scenario dello spazio/tempo della provincia statunitense (campi lunghissimi, come nel Barry Lyndon kubrickiano), la pellicola di B. Miller, sorretta dalla densa e fantasmatica fotografia di Adam Kimmel, restituisce con pudore e tremore l’immagine aberrata ed aberrante del suo malinconico protagonista, prigioniero di un labirinto dove albergano le tante sue identità possibili e la presenza ingombrante di un Male banale e per questo insidioso. L’uno canta e l’altro no, si potrebbe dire a proposito di Truman e del suo "doppio" Perry, parafrasando un titolo di Agnès Varda: comuni natali ed incerte verifiche possono condurci al delitto, come accadde a Raskolnikov, o ad un glorioso fallimento dorato, come accadde ad un certo signor Capote.

© 2006 reVision, Umberto Cantone