![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
Caos Calmo1h 52'
Regia: Antonello Grimaldi Il paesaggio, assai evocativo, è quello della spiaggia di Roccamare inquadrato mentre
i due personaggi protagonisti, che presto scopriremo essere fratelli, s’impegnano a giocare a ping-pong. Un urlo squarcia il
tepore dell’atmosfera estiva: due donne stanno per annegare. I fratelli non perdono tempo a gettarsi in acqua per salvarle,
anche se qualcuno tenta di farli desistere in spiaggia (per via delle onde improvvisamente eccessive o di altro?). La lotta
di resistenza tra i flutti si conclude con l’apparente successo dell’impresa, quando i due salvatori si ritrovano sfiancati
sulla sabbia. Salvatori a dispetto dell’indifferenza degli altri astanti di fronte alla richiesta d’aiuto, salvataggio dovuto
ad un’impulsiva scelta morale. Ma quanto serve resistere a quelle che qualcuno ha definito le onde del destino?La sequenza iniziale di Caos Calmo apre con una sottile allusione metaforica l’incandescente parabola mossa dall’evento tragico che travolge l’esistenza del protagonista, Pietro Paladini, uno dei due fratelli, responsabile di una tv privata, che scopre, ritornando dal salvataggio assieme al congiunto, la moglie Lara (Ester Cavallari che, nella finzione, assume il nome dell’eroina di Pasternàk, personaggio - cult morettiano) ormai morta. Da qui un devastante terremoto emotivo foriero di un’implosione tutta da analizzare nella sua spregiudicata emblematicità. E’ facile ed opportuno rintracciare in quest’incipit le componenti meta–narrative di quel segno (e sentimento) forte che da sempre anima il cinema di Nanni Moretti, per l’occasione adeguatissimo interprete del personaggio ferito di Pietro. Nella sceneggiatura, da lui stesso firmata insieme a Laura Paolucci e Francesco Piccolo, tratta dal romanzo (vincitore del Premio Strega) di Sandro Veronesi, campeggiano luoghi (ad esempio la spiaggia di Bianca), situazioni e stati (l’elaborazione del lutto di La Stanza del Figlio che lì conduceva lo sfascio familiare, le lancinanti domande sulla possibilità della fede in conflitto con l’io e il reale incombenti di La Messa è Finita) frequentati dai suoi originali, tesissimi teoremi esistenziali capaci d’incidere il corpo stesso della società italiana sconvolta, a cavallo tra due millenni, dai continui tornado di una crisi epocale. In questo film diretto da Antonello Grimaldi l’oggetto del discorso, a partire dal contrastato dramma iniziale, è l’irruzione dell’imprevedibile assioma caos/caso conduttore di un sentimento d’impotenza, di un malessere che trasforma in rigidità ogni tremore, di un riflettersi angoscioso nel cuore pulsante della realtà che ci circonda. Dunque: mentre una donna muore, altre due vengono salvate. Pietro ha un fratello, Carlo (Alessandro Gassman), stilista di successo che ha lanciato una linea jeans rinomatissima, apparentemente solido perché fisicamente atletico e psicologicamente rampante ma preda di un’impalpabile angoscia che egli sfoga fumando oppio. Il loro rapporto sembra seguire il ritmo dei flussi e riflussi delle onde da cui ha avuto origine la tragedia. Pietro ha però deciso di sedersi in riva, in uno stato di perenne esitazione. Accompagnando la figlia a scuola, il primo giorno dopo le vacanze, le promette di aspettarla fino alla fine delle lezioni. Una panchina diventa la sua riva, quella di saggio dispensatore di consigli la sua condizione, immerso nel caos calmo del dolore inespresso. Che cosa osserva Pietro dalla sua posizione privilegiata, giorno dopo giorno? Le mamme e i loro pargoli, la bella Jolanda (Kasia Smutniak) che porta a spasso il suo cagnone Nebbia (con il quale l’uomo familiarizza), un ragazzo down (nel cui soffocato dolore riesce a specchiarsi) capace d’infantile euforia quando vede il luccichio dei fari mentre gli sportelli automatici della sua automobile si chiudono, la figlioletta Claudia (l’incantevole Blu Yoshimi) che lo saluta dalla finestra della classe. Sorride, Pietro, e sembra predisporsi ad un maniacale, scrupoloso ascolto di coloro che lo vengono a trovare seduto sulla panchina del giardinetto. C’è l’inquieta cognata Marta (Valeria Golino) capace di spiazzarlo con il suo piccolo dramma di amante rimasta incinta di uno scenografo maritato e più giovane di lei; c’è il collega Samuele (Silvio Orlando) cattolico fervente disposto però a sussurrare una bestemmia di ribellione, da dirigente dell’emittente quando scopre le magagne nei cambi di organigramma causate da una remunerativa fusione con un potente network, fino al punto di abbandonare il posto andando a raggiungere il fratello missionario in Africa; c’è l’altro collega Jean Claude (Hippolyte Girardot) consapevolmente ferito dal tradimento del suo superiore Thierry (Denis Podalydès), un amicizia ventennale che si rompe durante un colloquio a Venezia, mentre la moglie Francesca (Sara D’Amario) esibisce una esasperata reazione sciorinando frasi sconnesse; e un altro collega ancora, Boesson (Charles Berling), aspirante alla dirigenza dopo il fatale avvicendamento ad opera di un magnate ebreo, Steiner, che ha il volto del grande Roman Polanski, in un cameo a sigillo del film. Qualcosa di decisivo accade al protagonista in preda ad un’atarassia volontaria quando entra in scena la ricca ed elegante Eleonora
Simoncini (Isabella Ferrari per l’occasione assai brava e fascinosa), la donna salvata dalle acque che, per bocca di Carlo apprende,
una sera a cena, il nome del proprio salvatore. Quando incontra Pietro, i due mostrano di poter condividere un dolore comune
e quando l’uomo si reca a Roccamare, sul luogo della scena primaria ad esorcizzare il lutto, è proprio nella casa delle vacanze
che avviene l’incontro carnale. Una sequenza erotica (quattro minuti enfatizzati dalla retorica gossip dalla stampa) che nel
romanzo appare minuziosamente descritta in una decina di pagine, liberatorio colloquio di corpi che denuncia un’esplosione
travolgente di verità nello svelamento parallelo di una sensualità inconsapevolmente presente quel maledetto giorno tra quelle
due donne in balia delle onde. In gioco c’è una nuova consapevolezza da conquistare, attraverso i sensi e i sentimenti (non
bastano più i rituali quotidiani scanditi dagli orari delle lezioni di ginnastica, né le riunioni di supporto psicologico, né
la passione per le Winx e i libri infantili) muovendosi lungo i confini delle nuove soglie possibili (il giardino, la casa sul
mare), a saldare un legame rivelatorio. In gioco c’è la sconfitta di tutte le forme dell’indifferenza, dell’afasia, del cinismo
in un mondo dove i nuovi idoli pop (come la Britney Spears di cui la piccola Claudia è fan) celebrano quotidianamente la nevrosi
nullificante dell’eccesso sottratto alle cause e agli effetti, una follia autoreferenziale da cui si entra e si esce senza mai
disintossicarsi. Solamente osservando se stessi mentre si osserva il mondo coi suoi piccoli avvenimenti colti nel loro spasmodico,
minimale divenire; solamente seduti su una panchina dove l’immobilità diviene mobile in una contrazione del pensiero che instaura
un ordine nuovo delle cose, collegando la memoria del passato con l’afflato di futuro; solamente da quel punto di vista si può
imparare a dominare, però senza sconfiggerlo completamente, il caos calmo che ci travolge tutti, in questi anni bui.Ci viene dunque voglia d’interloquire con Pietro, che Moretti interpreta con composta, ironica adesione, da attore straordinariamente sensibile, disposto più che in altre occasioni a regalare accenti sottili all’espressione dignitosa di una lancinante sofferenza (con la stessa ambiguità leggiadra recitata in La Stanza del Figlio) stemperata in una malinconica maturità incorniciata da una barbetta sapienziale. Grimaldi sa dirigerlo con grazia in questo suo film elegante e splendidamente disincantato, sorretto dall’energica, commovente colonna sonora di Paolo Buonvino (a cui si aggiungono brani dei Radiohead, di Rufus Wainwright, degli Stars a rievocare emozioni e suggestioni, con in chiusura una toccante ballata elettrica composta appositamente da Ivano Fossati, "L’amore trasparente"). E’ strano come l’invito a stare immobili nel flusso attendendo l’occasione per manifestare i propri sentimenti, possa provocare una voglia di nuotare affrontando le onde (una maniera per non affogare). Sono i miracoli del cinema quando questo sa come provocare le giuste emozioni, quelle utili a lasciare correre il pensiero. © 2008 reVision, Francesco Puma |
|