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Il Cane Giallo della Mongolia

Die Höhle des Gelben Hundes - 1h 33'

Regia: Byambasuren Davaa



"Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità nelle nebbie del nord e nei tumulti delle civiltà, tra i chiaroscuri e la monotonia dei giorni che passano".
(da una canzone scritta da Juri Camisasca e interpretata da Franco Battiato)


Può essere poetico un paesaggio? Certamente sì, e lo si capisce vedendo Il Cane Giallo della Mongolia, la mitica steppa più volte evocata dalla buona letteratura (si pensi a Cechov!). Aspra e selvaggia è questa natura, sepolta in un tempo fatto di tradizioni centenarie, dove la modernità è lontana anni luce, dove è cristallina la remota retorica delle leggende locali, dove è palpabile la dimensione del mito. Quel silenzio ci sorprende oggi più che mai, proiettandoci in uno scenario incantevole dove qualunque frastuono delle metropoli contemporanee è bandito. Dobbiamo dire grazie alla regista Byambasuren Davaa che l’anno scorso contribuì a far commuovere le platee non solo nostrane con La Storia del Cammello che Piange, docu-film diretto in coppia con il nostro Luigi Falorni, dove un cammello di sesso femminile si rifiutava di accettare la propria creatura appena nata. In quella pellicola la suggestione dei canti dei pastori mongoli è riuscita a procurarci forti ed inedite emozioni. Si trattava della celebrazione del doloroso miracolo della nascita, della candida innocenza di una quotidianità arcaica. Davaa è una regista capace di raccontare con uno sguardo purissimo e sottilmente complice, i palpiti infantili come un universo misconosciuto.
Dal Sud della Mongolia, set della precedente prova, eccoci, per Il Cane Giallo della Mongolia, nel Nordovest della stessa regione. Protagonista è qui la famiglia Batchuluun, cinque nomadi che vivono ancorati ad una tradizione di cui si perdono le origini. È la piccola Nansal, una incantevole bambina di sei anni a costituire il cuore pulsante della storia, accompagnata (come nella migliore tradizione delle fiabe) da un bastardello di quattro zampe. E davvero si può parlare di fiaba per questo impasto narrativo dove il mito si mescola alle credenze religiose. Per Nansal la famiglia è fonte di gioia ma anche di doverosi obblighi casalinghi. È cresciuta in fretta, la nostra piccola protagonista, come tutti i bambini nomadi: nei suoi occhi si leggono i riflessi di una speciale saggezza, di una conoscenza pragmatica delle cose del mondo.

Il film ci racconta la quotidianità di questa piccola comunità infantile, la curiosità, i giochi e le passioni dei due fratellini più piccoli di Nansal. Le giornate dei Batchuluun scorrono in armonia con le leggi naturali della Terra, scandite dai ritmi del lavoro, dal pascolo alla mungitura, che la macchina da presa documenta con ammirevole passione: le minuziose fasi della preparazione del formaggio, dalla mungitura fino alla confezione con l’ausilio di una ruota di carro usata a mo’ di torchio. Nansal, in questo straordinario contesto, non perde mai il proprio stupore. Ha trovato il suo cane in una grotta e lo ha battezzato con il nome di Macchia, poi s’inoltra per la steppa fino a perdere la rotta e allora incontra una vecchia cieca che la ospita nella propria tenda. Per la bambina è un incontro iniziatico, questo, dalla saggia donna ella apprende il significato dell’amore e della vita stessa attraverso una leggenda locale che è quella del cane giallo. C’era una volta una bellissima fanciulla che un brutto giorno si ammalò gravemente assistita dal padre che non sapendo come guarirla, chiese l’aiuto di un saggio che gli consigliò di liberarsi del cane giallo a difesa del gregge. Solamente quando l’animale scomparve si svelò il mal d’amore che possedeva la ragazza. Dunque, Nansal apprende del fulcro amoroso che regge l’ordine delle cose. A minacciarla, secondo il padre Urjindorj, è proprio il bastardino che la segue fedelmente, che può richiamare le orde dei lupi ad assalire le pecore del suo gregge. Ma la piccola è decisa a tenersi accanto il suo cane, fonte di trastullo ma anche simbolo di una simbiosi che può diventare eterna: la religione di quei luoghi postula l’evento di una reincarnazione spirituale, di una trasmigrazione d’anime dall’uomo alla bestia. Un tema che ci fa venire in mente il finale di un film italiano di molti anni fa scritto da Tonino Guerra, Burro, dove il personaggio di Renato Pozzetto si trasformava in un cane per ritrovare la compagnia del padre. Ma ecco un avvenimento che rovescia la prospettiva paterna: con l’inverno, arriva il tempo di migrare e la famiglia di Nansal affronta il viaggio, minacciata dagli avvoltoi. Quando il neonato dei Batchuluun si perde, a ritrovarlo è proprio il fido Macchia e a Urjindorj non resta che assecondare il desiderio della figlia.
La fluidità narrativa si sposa, in questo film, con l’intensità di immagini mai illustrative che fanno parte, anzi, del tessuto drammaturgico del film. Davaa ci ricorda le belle prove di Joris Ivens, sospese tra finzione e prassi documentaristica. Il suo è un cinema che tende al classico, senza tempo e quindi sempre attuale, dove a dominare sono le ragioni estetiche della poesia. Dove ad essere protagonista è l’afflato umano che resiste alle lusinghe della modernità. Così guardiamo con gli stessi occhi dei protagonisti, sul finale, l’ingresso in scena di un’automobile usata per fini elettorali come un oggetto estraneo, disturbante e persino ridicolo. È uno dei miracoli che il cinema può compiere, quello di farci apparire distanti cose a noi troppo vicine, illudendoci della possibilità di essere altri rispetto a noi stessi, giorno dopo giorno.

© 2006 reVision, Francesco Puma