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Callas Forever1h 56'
Regia: Franco Zeffirelli L’arte può essere causa di profondi tormenti. Questa la chiave di lettura degli ultimi mesi di vita di Maria Callas, fulgido
mito di palcoscenico e riviste patinate che fu anche donna stanca ed abbandonata, celebrata dall’omaggio benevolo e compiaciuto di un regista che le fu amico. L’idea
del film è quella di imbastire una vicenda privata che sappia di confessione, l’ultimo testamento della Divina, tra fiction e romanzo, in un evento che, comunque, non ne
snaturasse la personalità, in qualche modo più verosimile della verità stessa. Zeffirelli non è interessato a raccontare la storia di una donna sola la cui intimità non è dato
scandagliare bensì a tracciare un quadro equilibrato fra ricordo affettuoso e tributo ad una stella sul Viale del Tramonto, lontano dalle velleità biografiche e la curiosità
sulla vita di un personaggio consegnato quotidianamente alla cronaca. Un patto alla Faust sarà la spina dorsale dell’intera costruzione. L’impresario Larry Kelly, uomo intelligente e colto costretto a lavorare con artisti talvolta mediocri, a Parigi per lavoro nel 1977, decide di riallacciare il suo legame con l’unica vera diva del XX secolo, Maria Callas, dopo la rottura consumata a seguito di una tournee disastrosa per il prestigio della cantante. Ritroverà una donna sconfitta, ridotta a contemplare l’ombra di se stessa, tentata dalla proposta di riconquistare la gloria e la giovinezza perdute attraverso un artifizio. Il conflitto tra l’integrità della Callas e la tentazione dell’eternità conduce il filo della narrazione dal momento in cui Maria accetta il compromesso propostole da Larry a quello in cui matura la consapevolezza della disonestà del progetto. Coerenza e dramma della fine sono le frecce con cui Zeffirelli mira a trafiggere l’attenzione del pubblico, assecondando ed impreziosendo la tessitura con brani e rappresentazioni operistiche indimenticabili. Zeffirelli ama la lirica, è evidente; è sedotto dalla forma e si vede; ma più di qualsiasi altra cosa è innamorato di se stesso ed usa la sua persona come metro per confezionare ogni personaggio. Il suo delirio di onnipotenza si ripercuote come pachiderma sulla narrazione che non prende mai il ritmo né la consistenza auspicati per un prodotto con tante premesse di qualità. Gli attori, stupendi sulla carta, sono tutti ridotti a caricatura, fatta eccezione per l’eccellente Fanny Ardant, impegnata e vincente in una recitazione che rasenta l’immedesimazione fisica, l’unica che riesce a non farsi schiacciare dall’omologazione coatta in cui è costretto tutto il cast, ridotto a marionetta del “maestro”. Il personaggio di Larry Kelly, ad esempio, pur essendo fondamentale per individuare punti deboli e scatti di energia della più grande delle dive, per accogliere il punto di vista privilegiato di chi ha accesso ai reconditi angoli della sua intimità, facendo da contrappunto ai diversi aspetti drammatici e musicali della pellicola, è interpretato da un Jeremy Irons consacrato ad alter ego del regista e celebrazione delle sue scelte più che interprete intelligente e di fascino come lo conosciamo. Anche il personaggio della Callas è sviscerato da Zeffirelli come se fosse parte di sé, come se il suo genio gli appartenesse ed il risultato non è diverso da un autoritratto celebrativo. Entrambi sono perfezionisti assoluti. Non si accontentano di nulla se non della loro visione delle cose. Maria viene riscattata, seppur momentaneamente, da notti d’insonnia ed incubi trascorse ad ascoltare i suoi stessi dischi, dall’esilio volontario animato solo da alcool e
sonniferi, per mezzo di una proposta ai limiti della sofisticazione. La sua carriera è ormai finita, la voce persa ma il progetto di una serie di video nei quali reinterpretare le
sue rappresentazioni più indimenticabili utilizzando le registrazioni di un tempo in un playback tecnologicamente avanguardistico per gli anni settanta, affascina l’artista che
acconsente alla realizzazione del primo video, Carmen, un’opera da lei mai portata a teatro, un terreno ancora vergine per il suo grande talento di interprete. Vivendo
il personaggio di Carmen, Maria torna alla vita e la prima presentazione dello Speciale riscuote un gran successo. Una notte insonne le porta l’ispirazione ad interpretare
dal vivo Tosca per penetrare il lato oscuro del personaggio che ancora le sfugge. Di fronte ad un pubblico di studenti, Maria riesce a comprendere il rapporto morboso
che lega Tosca a Scarpia, in una scena memorabile di recitazione e cantato che rimane, assieme a quelle dell’allestimento della Carmen, una delle migliori dell’intera pellicola.
Maria canta e tutto l’auditorium, compresa lei, si rende immediatamente conto di come la sua voce sia ormai persa... tutto il resto è finzione. Maria chiede a Larry di distruggere il video della Carmen per potersi ritirare con dignità dalle scene, rimanere un’artista incontaminata, quel mito che il dono di una voce ultraterrena l’ha giustamente resa. Larry le promette che nessuno vedrà mai il video ed è proprio a questo punto che la cesura tra finzione e realtà viene definitivamente sanata, saldando in quell’attimo la narrazione autentica degli ultimi pochi mesi di vita della cantante, ormai donna sola ma finalmente consapevole di aver vissuto gli anni corruschi della sua carriera cavalcando il proprio destino senza rimanerne corrotta. Maria Callas muore il 16 settembre 1977. Nel corso degli anni Franco Zeffirelli ha iniziato a lavorare a diversi progetti riguardanti un film biografico sulla grande cantante lirica ma li ha sempre abbandonati non appena intravisto che ciò che tutti volevano non era altro che gossip e storie fra VIP. Per lui che l’aveva amata sarebbe stato impensabile consegnare la carne stessa di Maria alla curiosità di chi voleva solo squallidi dettagli della sua vita. Ma, a venticinque anni dalla sua morte, questo sembra finalmente il momento giusto. L’attuale generazione non l’ha conosciuta direttamente e, quindi, nel progetto del regista, risultava certamente più facile proporre la sua Maria come la vera Callas. Lo scopo: rendere l’opera alla portata di un pubblico nuovo; la presunzione: spiegare ai giovani cosa c’era dietro quella voce e quanto sia stato alto il prezzo di tale bellezza. Zeffirelli ce l’ha mostrata come donna e come persona non risparmiando le sue sofferenze e le rinunce, andando oltre quella voce, rendendo, con stile artificioso e manieristico ma a suo modo appassionato, la ricerca dell’assoluta perfezione e integrità di un’artista che era anche una grande donna, ricercando i motivi per cui Maria è sparita al culmine della carriera. Zeffirelli mette in scena il suo concetto di genialità come infinita e continua lotta per la perfezione e, sfruttando l’icona di Maria per dimostrare la sua tesi, conclude con l’amaro messaggio per cui una volta esaurite le sue corde vocali l’artista è rimasta creatura incompiuta, abbandonata dallo strumento del suo genio in un limbo di infelicità. © 2002 reVision, Elisa Schianchi |
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