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La Sposa Cadavere

Corpse Bride - 1h 16'

Regia: Tim Burton e Mike Johnson



Emily non respira, il suo cuore non batte, nella scatola cranica ha un verme al posto del cervello, un buffo animaletto che è il suo miglior amico, la sua coscienza, eppure Emily riesce a palpitare per amore, piangere quando capisce che nessuno si può tenere vicino contro la propria volontà, subire il peso della solitudine e della malinconia per una vita strappata ai sogni, condannata fino al compimento di una vendetta non cercata ad essere la Sposa. Emily è morta, un cadavere in putrefazione, molto più viva e bella dei vivi e il mondo dei morti in cui abita è esso stesso migliore di quello tetro dei viventi.
Victor, l'ennesimo "diverso" di Burton trova questa volta un luogo amico in un aldilà colorato, divertente, dove i defunti reagiscono con comprensione partecipando alle aspirazioni dell'altro come se quel luogo fosse l'auspicabile rovesciamento di quello terreno. Qui ci sono due famiglie interessate al matrimonio di due giovani che non si conoscono - e che s'innamorano nonostante tutto - per mere questioni venali, qui c'è l'avido e crudele cercadote rivelatosi l'amante che ha abbandonato Emily nel bosco, qui le notizie non circolano per auspicare partecipazione ma per pettegolare sul destino altrui - per inciso il banditore, dal fisico che ricorda le fattezze della campana che suona, è una trovata esilarante -; di là, in quel luogo del non ritorno, i defunti se la godono liberi dai lacci di un mondo prigioniero, e se un detto afferma che la morte è seria, i cadaveri di Burton non sembrano tenerne conto, tanto che l'arrivo di Victor, ormai sposo di Emily, è festeggiato in una locanda tra scheletri e cadaveri putrefatti ubriachi, festanti, canterini e ballerini con un calore mai provato dal ragazzo (esiste un corto messicano di pupazzi animati del 2001 intitolato Hasta los Hueros, regia tale René Castillo, in cui un morto è ricevuto in un ambiente e con modi del tutto simili con aggiunta di scheletro vamp che tenta di circuirlo...).

Proposto tutto l'immaginario burtiano compreso quello metacinematografico preso dal cinema proprio e altrui (del tutto inaspettato quel "francamente me ne infischio" pronunciato da uno scheletro/Gable - domanda probabilmente retorica: ma Burton arriva sino al punto di realizzare un personaggio del genere solo per lo sfizio di una battuta? - nella memorabile scorribanda terrena dei morti, il cui terrore iniziale si trasforma in una rimpatriata festaiola), La Sposa Cadavere è prima di tutto una storia interessante sulla triste condizione umana fatta di piccoli e grigi (il blu imperante è segno di tristezza e malinconia) mediocrità dove la fugace apparizione di una farfalla testimonia la possibile esistenza di una vita diversa, un mondo dove Victor e Vittoria tentano tramite il loro improvviso amore di ritagliarsi uno spazio. E' il presunto buio mondo dei morti a insegnare come si vive, e su questo paradosso provocatorio si basa il punto di unione rappresentato da una coppia improbabile e impossibile.
La favola tinta di colori horror si arricchisce d'ironia nel momento in cui ciò che normalmente spaventa muta di significato assumendo carattere ironico, per cui le apparizioni di Emily dal classico tono orrorifico si sciolgono nel loro opposto, la preparazione di una pozione si rivela una semplice bevanda ingurgitata dal saggio/scheletro prima di gettare sulla coppia quella reale adatta a far tornare nel mondo terreno. Toni, modi, regole narrative, tutto diventa materia di gioco per Burton e persino in una storia che volge in meglio offrendo speranza agli eterni incompresi personaggi burtiani (persino per la povera Emily finalmente liberata dal suo destino) c'è spazio per i contrari.
L'animazione in stop motion, una lunga tradizione portata in auge dal regista, raggiunge un alto livello di raffinatezza rispetto al cult The Nightmare Before Christmas, anche i personaggi appaiono più complessi in parallelo alla loro ricchezza cromatica, estetica, un aspetto che aggiunge - anche perché questa volta il film parte dal concepimento di una storia per giungere ai disegni e non viceversa - e al contempo toglie alla freschezza della prima volta. Certamente la libertà data dalla creazione in toto che l'animazione offre rispetto al "reale" è uno strumento troppo ghiotto per Burton, un regista capace comunque di trasformare come nessuno quel "reale" in oggetto del fantastico. E pensare che tutto è nato da un'antica fiaba russa che Burton non ha mai letto.

© 2005 reVision, Emanuela Liverani